Quel nuovo corso all’università

articolo di Flora Pempinelli, Sapere, giugno 2010, p. 62

Quando ad aprile del 2000 ho vinto finalmente (a 58 anni) la cattedra di Fisica Teorica, la situazione italiana era di 100 professori, 99 uomini ed una donna. La situazione attuale è di 127 professori, di cui 3 donne. Questa realtà, vissuta duramente sulla mia pelle, mi ha portato a riflettere sul perché sia così difficile per una donna riuscire ad affermarsi in un campo decisamente dominato dagli uomini (molti eccellenti, ma non tutti). E ancora, sul perché le scienziate, che pure ci sono state, vengono dimenticate e il merito dei loro lavori viene spesso attribuito al collega maschio con cui hanno collaborato.

Il corso

Nel 1996, leggendo il libro di Margaret Wertheim “I pantaloni di Pitagora”, finalmente tradotto in italiano, mi venne l’idea di tenere all’Università di Lecce, nell’ambito del corso di Laurea in Fisica, un corso di “Donne e Scienza”. Il libro della Wertheim sarebbe stato il “libro guida” per un corso di Storia della Fisica e della Matematica, in cui si cercasse di capire perché siano note così poche donne scienziate. Esisteva già un corso di Storia della Fisica, tenuto da un bravissimo collega (filosofo) normalista, ma il mio corso sarebbe stato molto diverso: avrei cercato di studiare le cause che impedirono alle donne di accedere alla studio della Scienza ed inoltre scoprire altre scienziate, semplicemente dimenticate.

Fu possibile aprire il corso di 3 crediti (a titolo gratuito) per la prima volta nell’anno accademico 2002-2003, quando si potevano aprire nuovi corsi. Da allora il suo successo è cresciuto di anno in anno. Il corso si svolgeva secondo le seguenti modalità. Prima di ogni lezione, sempre seguendo il tracciato del libro guida, fornivo del materiale aggiuntivo: le schede (utilissime) del libro di S. Sesti e L. Moro sulle Donne di Scienza, fotocopie da vari articoli su riviste e riferimenti a vari libri. Nella lezione, che durava 2 ore, riassumevo quanto dato da leggere precedentemente e discutevamo assieme; poi davo le indicazioni e il materiale per la lezione successiva.

La maggior parte di coloro che seguivano il corso sono studentesse, ma c’era anche qualche studente, e questo rendeva più viva la discussione. Alla fine del corso, era previsto un esame standard, ma quelli che frequentavano regolarmente e partecipavano alla discussione, avevano la possibilità di preparare un seminario sulla figura di una scienziata di loro scelta, concordata con me per evitare doppioni. Questa opportunità ha sempre molto appassionato le studentesse/studenti, spingendole/li a fare ricerche su altri testi e su Internet. Talvolta è stata persino coinvolta qualche madre, venuta ad ascoltare alcuni seminari, coinvolta dall’entusiasmo della figlia, a cui era stata data una possibilità che lei non aveva avuto.

Scoprimmo cose veramente interessanti, ad esempio che la riforma carolingia e poi quella gregoriana negarono l’accesso agli studi (e quindi la conoscenza del latino allora indispensabile) alle donne, riservandoli alla formazione del clero maschile. O anche che le opere di Trotula, della famosa scuola medica salernitana, ad un certo punto vennero attribuite ad un certo Trotus, poiché non si riteneva possibile che opere così importanti di medicina fossero state scritte da una donna. O ancora, molti sanno che Tycho Brahe fornì le famose tavole di osservazione celeste a Keplero, permettendogli così di arrivare alle orbite ellittiche per i pianeti (invece che circolari, come si era sempre creduto), ma nessuno, o quasi, sa che quelle tavole furono preparate anche dalla sorella Sophie, che si alternava con lui nelle osservazioni notturne. O, ancora, spesso lavori scientifici di donne venivano poi attribuiti al collega maschio con cui loro collaboravano, ed esse venivano dimenticate. E questo succedeva pure nell’attribuzione dei premi Nobel, purtroppo anche ai giorni nostri: per esempio, nel caso di Jocelyn Bell, la scopritrice delle pulsar, il Nobel venne attribuito al suo capo, anche se costui le aveva detto di lasciar perdere, poiché erano solo rumori di fondo!

Le difficoltà ambientali

Quando proposi il corso di “Donne e Scienza” ci furono dei colleghi che proposero sarcasticamente di aprire il corso “Maschi e Scienza” e il corso “Omo e Scienza”. Io risposi: perché no? Io mi offro di svolgere questo corso; se voi volete, potete svolgere il corso da voi proposto. Comunque il corso venne aperto a Fisica nell’ambito di una vasta scelta di corsi di 3 crediti, cosiddetti di tipo D, ossia a libera scelta dello studente ed usufruibili per qualunque corso di laurea dell’Università.

Alla prima lezione si presentò solamente una studentessa di Matematica e nessuna di Fisica. Come ho saputo due anni dopo, le studentesse, quando presentavano il loro piano di studi a Fisica, venivano sconsigliate di inserire tale corso, perché avrebbero dequalificato il loro piano di studi e ciò avrebbe avuto un impatto negativo al momento della laurea. In un primo momento, considerato il carico didattico molto pesante che già avevo, pensai di rinunciare a tenere il corso frequentato da una sola studentessa; fu la ragazza a convincermi di proseguire quando mi disse che aveva sempre sognato un corso di questo tipo. Fra l’altro, si appassionò talmente che, dopo la laurea in Matematica, vinse brillantemente il dottorato in “Storia della Scienza”.

Il secondo anno parteciparono al corso 7 studentesse ed 1 studente, numero che poi è andato aumentando progressivamente negli anni seguenti. Mi dovettero assegnare un’aula più grande (il primo anno non era stata prevista un’aula e dovetti fare lezione nel mio studio quando il collega, con cui lo condividevo, era a fare lezione).

Poiché in occasione dell’applicazione di una nuova riforma per l’a.a. 2005-2006 sembrava che il corso fosse stato soppresso, scrissi al Presidente del Corso di Laurea per avere spiegazioni. Mi rispose il vice con una e-mail indirizzata a tutto il Dipartimento: “Cara madama la marchesa, non disturbare i maestri costruttori col problema del colore delle tendine della camera da letto”!

Quando uscì il testo finale del Corso di Laurea in Fisica riformato, il mio corso era sparito, senza che nemmeno fossi stata avvertita. Numerose studentesse e studenti, che avevano seguito entusiasti il corso, scrissero una lettera al Preside (un biologo) della Facoltà di Scienze MFN, chiedendo che ai futuri studenti non venisse preclusa la possibilità di seguire il corso. Mi rivolsi quindi al Delegato del Rettore per la Didattica, stupito di quanto avveniva a Fisica, tenuto conto che un corso di tipo D non si chiude, a meno che non taccia un anno per mancanza di studenti, ciò che non era sicuramente il mio caso. Alla fine, Preside e Delegato del Rettore si adoperarono perché il corso fosse aperto presso i Corsi di Laurea in Biologia e in Biotecnologia.

Ovviamente dovetti cambiare il programma. Eliminate alcune figure di scienziate fisiche, introdussi botaniche, entomologhe, chimiche, biologhe, medichesse e le rispettive vincitrici del premio Nobel. Il corso ebbe un seguito ancora maggiore: nell’ultimo anno in cui l’ho tenuto, hanno partecipato circa 60 studentesse/studenti e sono stati svolti 48 seminari.

Conclusioni

Nonostante gli ostacoli frapposti dal maschilismo che domina fra i fisici e che mi ha causato non poche difficoltà, giudico l’esperienza di questo corso molto positiva. L’entusiasmo, la mole di lavoro fatto per la preparazione dei seminari, maggiore di quanto sarebbe legittimo chiedere per un corso di soli 3 crediti, e il progressivo crescere delle studentesse/studenti iscritti al corso, dimostra che c’è fame di approfondimento per tematiche di questo tipo. Vi sono state anche altre ricadute positive: sono stata invitata a tenere seminari e conferenze su questi argomenti (anche in Francia) ed ho seguito due tesi di laurea, una sulle donne astronome ed astrofisiche, da cui è stato tratto un libro, ed una sulla figura straordinaria della matematica Sofia Kovalevskaia.

Sito di Sapere

Il contributo delle donne all’innovazione

articolo di G. Riva, R. Marconi, G. Gabetta, F. Scotti, P. Urso, Sapere, aprile 2010, p. 70

La disparità di genere nel settore scientifico è ben nota ed evidenziata da moltissimi studi indicatori. I dati più aggiornati riconfermano questa situazione pressoché immutata da anni che coinvolge, con differenti proporzioni, l’intero panorama europeo. Dalle prime pubblicazioni specifiche alle statistiche più aggiornate, emergono dati che meritano una riflessione e per alcuni aspetti sono preoccupanti. Il numero di donne scienziato è in aumento e le donne rappresentano oggi quasi il 50 % delle risorse umane dell’intero settore scientifico, mostrando capacità e competenze spesso superiori a quelle dei colleghi di sesso maschile. Le donne, però, risultano ben rappresentate solo in alcuni campi della scienza, quali la biologia e la medicina, mentre restano escluse da altre discipline, considerate ancora appannaggio maschile…..

Sito di Sapere

Protagoniste en travesti

articolo di Cristina Mangia e Patrizia Colella, Sapere, febbraio 2010, p.54

«Il lavoro intellettuale è lavoro del cervello, e il lavoro cerebrale porta di conseguenza il consumo di sostanza grigia, la quale richiede un’abbondante e giornaliera alimentazione riparatrice a cui l’organismo della donna non può adattarsi, perciò l’attività intellettuale si va mano a mano affievolendo».

Comincia così, con le parole tratte dalla relazione di A. Tamborrini del 1888 il convegno scientifico al centro dello spettacolo teatrale Gone with the …Science realizzato dagli studenti e dalle studentesse di tre scuole della Provincia di Lecce (2), nell’ambito del progetto «Rappresentarsi nella scienza: un laboratorio per la scienza futura» finanziato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri -Dipartimento delle pari opportunità (Progetto IPO).

Sul palco, sede del convegno, scoppia una disputa tra uomini e donne, che manifestano l’irritazione per la tesi che nega loro capacità in campo scientifico. Come dimostrarne l’infondatezza? Semplice: rievocando la vita di alcune donne scienziate il cui lavoro è intrecciato con grandi temi della scienza e della tecnica.

Per prima Rosalind Franklin. Il suo nome non compare nei libri di biologia, ma il suo contributo si rivelò fondamentale per la scoperta della struttura del DNA….

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