L’altra primavera araba

di Sveva Avveduto

La dichiarazione di Barcellona del 1995 riporta il riconoscimento al «key role of women in development in the Mediterranean region, and the need to promote their active participation in economic and social life, and in the creation of employment». Con successive prese di posizione ufficiali e atti formali si è cercato di dar seguito a questa dichiarazione di intenti. Per esempio nel corso dell’Euro-Mediterranean Ministerial Conference Strengthening the Role of Women in Society, del 2006, i ministri coinvolti hanno riconosciuto la parità di genere come elemento cruciale nello sviluppo e come elemento di democrazia tout court.

La partecipazione delle donne all’impresa scientifica, pur essendo un sotto insieme della partecipazione come tale, è non di meno elemento di importanza rilevante nella promozione di una Area Euro-mediterranea della ricerca. In questa direzione si muove il progetto SHEMERA – i cui partner italiani sono Fondazione Idis Città della Scienza e l’Associazione Donne e Scienza – cercando vie per favorire la collaborazione e rafforzare il ruolo della componente femminile nella ricerca.

L’8 marzo dello scorso anno Nature Middle East (1) dedicò un editoriale ad alcune scienziate arabe, provenienti da Egitto, Kuwait, Arabia Saudita, che incarnano un possibile role model: ricercatrici di successo, determinate, riconosciute in ambito internazionale. Certo si tratta più di eccezioni che della regola, ma sono comunque testimoni della possibile via allo ‘sviluppo di genere’ nella scienza.

La questione femminile nei paesi arabi è certo più ampia di quella che riguarda le donne e la scienza e le organizzazioni non governative femminili si sono concentrate su vari obiettivi. Alcune sulla promozione della parità di diritti delle donne e l’eliminazione delle discriminazioni incorporate nelle leggi, relative per esempio allo status personale o alle garanzie sociali. Altre hanno promosso attività di beneficenza, di concessione di prestiti e di progetti generatori di reddito per le donne o l’erogazione di servizi nel campo della salute, dell’istruzione e del welfare. Relativamente poche invece, si sono concentrate sull’empowerment delle donne, l’idea di dare alla popolazione femminile strumenti e metodi per aumentare le loro abilità, competenze, capacità di rappresentanza. Un approccio propedeutico a tutto, anche a un corretto equilibrio di genere nella scienza.

L’empowerment spesso trova ostacolo nelle forze politico-sociali che tendono a interpretarlo come una imposizione dell’Occidente in violazione della cultura araba e della sua stessa indipendenza (2).

I dati forniti dalle Nazioni Unite tuttavia presentano una situazione in positiva evoluzione (3): nel mondo arabo, rispetto al periodo 1990-1995, in quello 2000-2005 l’aspettativa di vita delle donne è salita da 66 a 69,3 anni e, a seguito dell’aumento della pianificazione familiare e di una maggiore consapevolezza della propria salute da parte delle donne, il tasso di fecondità totale è diminuito da 4,90 a 3,84 figli per donna; si è registrata una diminuzione significativa dei tassi di mortalità materna, anche se solo un modesto 67 per cento di tutte le donne arabe ha partorito in presenza di personale sanitario qualificato. Allo stesso tempo, l’indice di parità di genere (GP1), che misura il rapporto tra femmine e maschi nei diversi settori della società, nell’istruzione primaria è aumentato dallo 0,79 del 1990 allo 0,90 del 2002, in quella secondaria dallo 0,76 allo 0,91, e nella terziaria da 0,60 a 0,85. Il tasso di alfabetizzazione, invece, è aumentato per entrambi i generi, anche se in maniera diversa: dal 1990 al 2002 le donne arabe alfabetizzate sono passate dal 35 per cento al 49,6 per cento, mentre gli uomini dal 63,5 per cento al 72 per cento (4). Tuttavia, nel 2002, 44 milioni di donne adulte (oltre i 15 anni, quasi la metà della popolazione femminile della regione araba) non era in grado di leggere o scrivere (5). Inoltre, il divario di genere nei tassi di alfabetizzazione dei giovani è più ampio di quello degli adulti. Dei 13 milioni di persone analfabete giovani della regione araba, 8,5 milioni sono donne e la regione continua a soffrire per l’abbandono scolastico con alti tassi per le ragazze.

L’Economic and Social Commission for Western Asia delle Nazioni Unite stima il tasso di attività economica delle donne nella regione araba al 29 per cento nel 2000, tra i più bassi del mondo (3). La disuguaglianza di genere nel mercato del lavoro si manifesta poi in modi significativi, tra i quali i differenziali retributivi, la segregazione occupazionale e la presenza sproporzionata delle donne nel mondo del lavoro cosiddetto ‘informale’.

In questo quadro la necessità di una attenzione speciale alle professioni e alle carriere scientifiche delle donne si pone con particolare enfasi e si scontra con difficoltà aggiuntive a quelle che, comunque, il binomio donne e scienza incontra in tutti i paesi dell’Occidente.

Articolo apparso sul numero di dicembre 2012 di Sapere

 Bibliografia

(1) http://blogs.nature.com/houseofwisdom/2011/03/women_in_science_in_the_arab_w.html

(2) UNDP, 2006, Towards the Rise of Women in the Arab World, The fourth Arab Human development Report – UNDP – 21st December 2006, http://www.mediterraneas.org/print.php3?id_article=590

(3) ESCWA, 2007, Developments in the Situation of Arab Women Health, Education, Employment, Political Representation, CEDAW, 22 February 2007

(4) Abu-Fadil, M., 2009, Media Literacy A Tool to Combat Stereotypes and Promote Intercultural Understanding, Proceedings of UNESCO Regional Conferences in Support of Global Literacy (Doha, 12 – 14 March 2007), ED/UNP/UNLD/2008/PI/H/8

(5) ESCWA, 2004, Where do Arab women stand in the development process E/ESCWA/SDD/2004/Booklet.1.

Legami e libertà

È Sigmund Freud a presentare la figlia Anna all’affascinante scrittrice Lou Andreas-Salomé per colmare l’assenza di una madre distante. Tra le due donne nasce un’inedita amicizia che prende corpo in un’appassionata corrispondenza. La trama di riflessioni su loro stesse e sul legame che le unisce si intreccia con un sentimento di affettuosa devozione che va oltre le parole per diventare scambio di attenzioni, visite e regali.
Dalle lettere che si scrivono tra il 1922 e il 1937 emerge il ritratto di una Germania fiaccata dalle ristrettezze economiche e irretita dal nazismo, in cui l’unica via di fuga sembra essere l’attenzione alla natura e alla crescita interiore. Ma la vera protagonista di questo scambio epistolare è la psicoanalisi, che ha trovato nella comunità ebraica viennese l’ambiente ideale per imporre le sue idee rivoluzionarie.
Su questo sfondo in cui si annodano, a volte tragicamente, le vite di analisti e pazienti, si legano i destini di Lou e Anna, l’una incarnando l’«eterno femminino» goethiano, l’altra emancipandosi dai modelli femminili dell’epoca, pur restando sempre a fianco del padre. Da questo incontro nascerà un nuovo modo di vedere il lavoro analitico, non più confinato alla patologia, ma aperto alla comprensione della normalità e alla costruzione di una vita psichica autonoma, ricca di pulsioni, sogni e fantasie.

Francesca Molfino ha una formazione psicoanalitica freudiana e lavora da più di trent’anni con pazienti adulti. Dal 1974 ha fatto parte attiva del movimento femminista ed è stata co-fondatrice del Centro Culturale Virginia Woolf (Università delle Donne). A tutt’oggi lavora con le donne nei Centri Antiviolenza e nel 2004 ha costituito insieme ad altre studiose e scienziate l’Associazione Donne e Scienza. È autrice di numerosi saggi e libri sui temi dell’identità femminile e sul rapporto tra psicoanalisi, femminismo e cultura. Per Dalai editore ha pubblicato Donne, politica e stereotipi (2006).

Laura Bocci, germanista, traduttrice letteraria, docente, autrice di diversi saggi e alcuni romanzi, ha tradotto autori moderni (Sternheim, Goldschmidt, Enzensberger) e numerosi classici tedeschi (Lenz, Chamisso, Kleist, Hoffmann, Brentano, Storm). Nel 2004 ha ricevuto il Premio Nazionale per la Traduzione del ministero degli Affari culturali. Attiva nel movimento femminista sin dai primi anni Settanta a Milano, presso la Casa Internazionale delle Donne di Roma tiene attualmente un gruppo di scrittura autobiografica, il «Cantiere Autobiografia».

Seminare diversità, raccogliere futuro. Sulle innovazioni di genere nella scienza

Articolo di Silvana Badaloni e Cristina Mangia pubblicato su Meno di Zero il 26.08.2012

È il tempo delle politiche di genere

Innovazione, istruzione e ricerca sono componenti chiave della strategia Europa 2020 che punta a rilanciare l’economia dell’UE nel prossimo decennio. 
In un mondo che cambia l’UE si propone di diventare un’economia intelligente, sostenibile e solidale. Tra i milestones indicati nel metaprogetto European Research Area ERA, viene riportato il seguente:

We will know that ERA is a shared responsibility [between science, policy and society] in 2030 when we see […] half of all scientists and research policy makers, across all disciplines and at all levels of the Science system, are women (Preparing Europe for a new Renaissance [Erab 2009], pg.18).

Un obiettivo sicuramente molto ambizioso dal momento che tutte le statistiche di genere, condotte a livello europeo [She Figures 2009] e ampiamente confermate a livello italiano [Boschetto et al, 2012; Frattini e Rossi in questo numero], mostrano come la sotto-rappresentazione delle donne nelle carriere scientifiche e tecnologiche sia tuttora un fenomeno assai rilevante e le due metafore usate per descriverle la Leaky pipeline e il Glass ceiling factor siano ancora molto attuali. Il mondo della ricerca continua a premiare, attraverso vari meccanismi, il genere maschile nonostante le ragazze che studiano siano più numerose dei ragazzi e mediamente più brave. E in più, ci sono facoltà scientifiche cosiddette hard (ad esempio Ingegneria) che vedono una bassissima presenza di donne a tutti i livelli, dall’accesso universitario al ruolo di Professoressa/e Ordinario. I dati indicano inoltre che tale situazione di disparità di genere difficilmente si potrà riequilibrare spontaneamente, per evoluzione naturale. Solo efficaci politiche di genere adottate su diversi piani istituzionali, culturali e simbolici, potranno permettere un effettivo ri-equilibrio delle donne e degli uomini nella scienza e nella tecnologia.

Dalla questione delle donne nella scienza alle innovazioni di genere

La questione donne e scienza è stata affrontata nel corso degli anni seguendo fondamentalmente 3 approcci [Schiebinger, 2009]. Il primo approccio (fixing the numbers of women) basandosi su un paradigma di neutralità della scienza è stato focalizzato su programmi ed iniziative rivolte alle donne stesse nel tentativo di spingerle ad incrementare il loro numero nei vari percorsi scolastici e di carriera scientifica.

Ma se i numeri hanno costituito il primo input necessario alle istituzioni europee e al resto del mondo occidentale a prendere coscienza della sottorappresentazione delle donne nel mondo della scienza, gli stessi numeri inseriti in un contesto di studi storici, sociologici, filosofici, psicologici hanno messo in evidenza che la questione è più complessa [Badaloni et al, 2008]. Così ad esempio una lettura più approfondita del rapporto She figures 2009 mette in evidenza altri aspetti non trascurabili: a) il numero delle donne nei vari settori della ricerca varia tra paese e paese (oscilla in percentuale tra il 21% della Germania al 49% della Lituania), b) anche dove esiste un’alta percentuale di donne ricercatrici ai bassi livelli, ai livelli più alti nelle posizioni apicali le donne sono poche, c) anche nei paesi del Nord-Europa dove esiste un sistema di welfare dagli standard molto elevati le percentuali di donne che arrivano alle posizioni più elevate della carriera rimangono basse. Tutto ciò, per esempio, indica che il sostegno sociale è una condizione necessaria ma non sufficiente e che il problema non è solo quello di aumentare le donne all’ingresso delle carriere scientifiche.

Grande rilevanza riveste anche lo status della ricerca scientifica nei vari paesi e gli investimenti economici in ricerca che ciascun paese fa. Nei paesi in cui si investe maggiormente in ricerca le donne sono presenti in percentuali molto basse, mentre nei paesi in cui l’investimento nella ricerca è molto basso e i salari del personale di ricerca sono bassi la presenza delle donne è più elevata. Questo andamento può essere letto in maniera duplice: gli uomini lasciano i settori non sufficientemente attrattivi e sono invece presenti in percentuali elevate laddove invece gli investimenti sono elevati, oppure nei paesi a maggior tasso di investimenti e innovazione gli uomini, comunque presenti in elevate percentuali nei comitati di indirizzo della ricerca, orientano i finanziamenti in aree a loro più congeniali (difesa, produzione industriale e tecnologia). [Mangia, 2011]

Rilevante pertanto è stato lo slittamento dalla questione delle donne alla questione più complessa del genere. Questo slittamento ha permesso di spostare la questione delle donne nel mondo della ricerca alla questione più ampia della non neutralità delle istituzioni scientifiche e quindi di una loro modifica. Questo secondo approccio (Fixing the institutions) mira quindi a provare a mettere in atto delle trasformazioni strutturali delle istituzioni scientifiche che nel tempo si sono sviluppate in assenza delle donne. Il programma USA ADVANCE o i progetti europei come GENIS LAB assistono le istituzioni e non gli individui nel mettere in atto cambiamenti strutturali che mirino a demolire stereotipi, rimuovano barriere, rimodulino bilanci, favorendo in questo modo un clima più friendly per le donne.

Il paradigma di fondo di questo secondo approccio è che la ricerca e la produzione di conoscenza siano neutrali rispetto al genere. La riflessione epistemologica da una parte [Fox-Keller, 1985] e l’analisi storica di molte discipline come l’archeologia, la primatologia, la biologia, la medicina [Schiebinger, 1999] hanno invece messo in evidenza come spesso sia esistito ed esista tuttora un bias di genere nella conoscenza e nella ricerca.

Pertanto il terzo approccio alla questione genere e scienza (Fixing the knowledge) mira a ridefinire pratiche, obiettivi e contenuti della ricerca scientifica a partire da un’analisi di genere: “Genderizing research contents” ovvero integrare la dimensione di genere nei contenuti scientifici, non solo a livello della comunicazione ma a livello della creazione di innovazione.

What is gendered innovation?

Oggi più donne sono entrate nella scienza. A chi chiede se le donne possono cambiarla, Londa Schiebinger [Schiebinger, 1999], risponde decisamente di sì. Sostiene che le donne hanno saputo in passato ridisegnare il senso delle domande in molte discipline scientifiche come nella primatologia o la storia delle origini portando allo sviluppo di nuovi paradigmi, producendo diverse interpretazioni dei fatti rispetto a quelle tradizionali ritenute neutre e allargando i campi di indagine. Essa sostiene che la ricerca sugli ultimi vent’anni ha dimostrato che la disparità di genere insita nella società ha influenzato la scienza, la medicina e l’ingegneria, riducendo il potenziale beneficio che scienza e tecnologia possono portare alla società.

Nel sito da lei realizzato su Gendered Innovations in Science, Health & Medicine, and Engineering http://genderedinnovations.stanford.edu/what-is-gendered-innovations.html

vengono raccolte moltissime informazioni e riportati diversi cases studies di inclusione della dimensione di genere nella ricerca scientifica e tecnologica che tentano di rispondere alla domanda: What is gendered innovation? L’obiettivo di tale progetto è quello di stimolare la creazione di una scienza e una tecnologia gender-responsible, per permettere una crescita della qualità di vita per donne e per uomini, dappertutto.

Tra le innovazioni di genere nel campo dell’ingegneria, viene citato il manichino gestante, simulato al computer per le prove d’incidente automobilistico, che fornisce dati che permettono di creare un modello relativo agli effetti dell’impatto ad alta velocità sul feto e di progettare adeguate cinture di sicurezza. Un esempio di applicazione di una tecnologia che introduce la dimensione di genere in un prototipo scientifico. E ancora innovazioni di genere si trovano nel design ingegneristico di un prototipo di auto pensato da un team di donne per le donne, all’utilizzazione di sistemi informativi geografici per la vita delle donne, o ad un progetto di riforestazione attraverso un metodo di ricerca partecipata con le donne o a tutti gli sviluppi della medicina di genere.

Quale innovazione? Quale scienza?

Molte sono state e sono le ricerche e le consultazioni lanciate a livello Europeo per capire in che modo si possa affrontare il problema e quali dovrebbero essere le misure di successo per la sviluppare la ricerca basata sull’innovazione, tenendo conto del punto di vista di genere. Secondo l’EPWS – European Platform of Women Scientists http://www.epws.org – una rete europea che raccoglie rappresentanti dei diversi paesi Europei sul tema Women & Science, è necessario, tra le altre cose, introdurre una serie di indicatori di genere riguardanti:

– l’impostazione del nuovo programma quadro FP8 per rafforzare la rilevanza del punto di vista di genere nei processi di valutazione,

– una composizione bilanciata nei progetti EU a tutti i livelli (giovani scienziate, scienziate senior, leaders di progetti, managers dei consorzi),

– l’introduzione della dimensione di genere della ricerca,

– la pubblicazione dei risultati ottenuti per stimolare le Istituzioni e favorire un cambiamento strutturale dal punto di vista di genere.

Tra le azioni per rafforzare ulteriormente il ruolo delle donne nell’ambito della scienza e dell’innovazione proposte da vari organismi, citiamo le seguenti:

– un monitoraggio della presenza in posizioni decisionali nelle istituzioni di ricerca

– la realizzazione di un database con diffusione d’informazioni sul profilo di eccellenza di scienziate per aumentare la loro visibilità

– tutoring e supporto delle giovani

– modifica delle regole e delle procedure per assicurare che i criteri di promozioni siano chiari trasparenti e nuovi criteri di valutazione che includano multitasking, transversalità, inter-disciplinarità, innovazione.

Sulla stessa linea si muove anche l’Associazione Italiana Donne e Scienza (http://www.donnescienza.it), che inserisce la questione delle donne nella scienza in un discorso più ampio che riguarda il rapporto scienza e società in un momento storico di grandi trasformazioni dell’una e dell’altra. È necessario aumentare il numero delle ricercatrici sostenendo le donne con politiche di pari opportunità. È necessario promuovere dei cambiamenti strutturali nelle istituzioni scientifiche sul terreno delle pratiche, degli obiettivi, dei valori, dei bilanci economici. È necessaria una dimensione di genere nella ricerca. Ma tutto ciò deve anche presupporre un’innovazione nella didattica e nella comunicazione della scienza.

Nel cambiamento, tra donne e scienza

A tal fine, c’è da chiedersi come è cambiata la scienza oggi e quale è il suo rapporto con la tecnologia. In altri termini, come può essere definito avanzato un laboratorio di ricerca oggi? È un laboratorio dove si fa ricerca pura o ricerca tecnologica o una buona combinazione di entrambi? Effettivamente i confini tra scienza, tecnologia e ingegneria sono molto fuzzy, molto sfumati. Il metodo scientifico non è più uno solo, come affermano la biologa F. Zucco e la epistemologa E. Gagliasso: «dal momento che si estende in una polifonia, passando da significative contaminazioni con il metodo storico in tutte quelle discipline che afferiscono all’evoluzione del pianeta, dipendendo in molti settori di punta dalle pratiche di simulazione virtuale, cambiando addirittura i connotati del criterio ipotetico-deduttivo e sperimentale per la rincorsa che la formazioni di ipotesi è costretta a tenere rispetto all’accumulo di dati che le macchine provvedono ampiamente a fornire» [Gagliasso e Zucco, 2007].

In realtà scienza e conoscenza, tecnica e tecnologia, sono diventati termini di confronto sociale, culturale, politico e civile, elementi di interesse allargato e collettivo, a livello di vita quotidiana di donne e uomini. C’è da chiedersi dunque come è rappresentata la scienza nella vita quotidiana? Che relazione c’è tra scienza e genere? Tra conoscenza, innovazione e genere? Come è visto lo scienziato? E la scienziata? Qual è il rapporto tra scienza e poteri economici? Anche la questione della creatività può essere rivista in un contesto sociale. In un saggio Alberto Melucci [Melucci et al 1994] dà la seguente definizione:

Nella sua immagine tradizionale di gesto raro e solitario, l’atto creativo appare come il luogo di consacrazione di un mitico soggetto, … Un’indagine sui nessi fra processo creativo e contesto sociale costringe non solo ad abbandonare il mito romantico del genio isolato, bello e dannato, ma anche a rimettere in discussione l’idea di un “io” indipendente dalle cose che incontra. … Si tratta di indagare il processo creativo riconoscendo il peso della interazione che lo costituisce. … Si parla di molteciplità delle forme che nel processo creativo assume l’interazione tra soggetto e contesto.

E crediamo che per quanto riguarda molteplicità di forme le donne non hanno nulla da temere.

L’immaginario scientifico femminile e le risorse dell’insegnamento

Ma ancora qual è l’immaginario di donne e uomini intorno alla scienza?

Diverse ricerche sull’immaginario scientifico femminile legano la scarsa presenza femminile in alcuni settori tecnico-scientifici ad un’immagine di scienza espressione di una parzialità di valori, interessi e indirizzi in cui il genere femminile continua a non riconoscersi e a rimanerne pertanto a distanza. Una possibile strategia pertanto è quello di provare a decostruire l’immaginario scientifico dominante per un’idea di scienza meno monolitica e più eterogenea, portatrice di nuove scale di valori indispensabili per uno sviluppo socio-economico più equo.

Ma allora come tenerne conto anche da un punto di vista didattico? Una strada potrebbe essere quella del superamento della separazione delle due culture umanistiche-scientifiche, mediante anche un’azione sui linguaggi con cui scienza e società interagiscono. (Colella e Mangia, 2010) In questo senso nuovi linguaggi di comunicazione come ad esempio il connubio teatro-scienza presenta molte potenzialità [Vidotto, 2005; Colella e Mangia 2010]. O ancora cercare sul piano didattico nuovi contenuti, nuovi linguaggi e soprattutto nuovi modi di abitare la scienza. È necessario più che mostrare rossetti e tacchi a spillo nei laboratori scientifici, far intravedere la possibilità nei ragazzi e nelle ragazze che l’impresa scientifica non sia un’impresa compiuta, ma piuttosto che in essa ci siano e sempre ci saranno nuove frontiere su cui lavorare.

Diventa pertanto importante porre attenzione e selezionare temi significativi dal punto di vista della prassi di lavoro seguita. Temi scientifici più o meno recenti in cui sia rilevante anche la dimensione umana, morale, etica e sociale. Un altro aspetto è far maturare in formatori e genitori la consapevolezza di non essere immuni dallo stereotipo che vuole che le abilità scientifiche qualità innate. Porsi in un modello pedagogico alternativo può consentire di sostenere e valorizzare adeguatamente talenti frutto di lavoro costante, promuovendo sicurezza ed autostima rispetto all’apprendimento scientifico [Colella e Mangia, 2011].

Seminare diversità

Sappiamo che le nuove idee fioriscono nella diversità, anche di genere. Partire dalle differenza, e non dall’unicità astratta dei soggetti di scienza, come auspicato dall’epistemologa A. Allegrini [Allegrini, 2012], può significare trovare nuovi ambiti di sviluppo, nuovi punti di vista e interpretazioni, nuove metodologie, così come altre ipotesi di ricerca e altri dati che concorrono alla stessa evidenza scientifica. Arricchendola e ampliandola. Tuttavia tali nuovi modi di intendere la scienza trovano il loro alimento nei ‘dati duri di realtà’.

La sotto-rappresentazione delle donne nella ricerca, particolarmente in alcuni settori, è infatti ancora molto forte e non è prevedibile in tempi brevi che si verifichi un cambiamento sostanziale. Ancora giocano un ruolo centrale gli stereotipi di genere come sistemi di conoscenza condivisa nella società a tal punto da considerare una fatalità il fatto che ci siano ancora poche donne nella scienza. È necessario agire su diversi piani: i numeri, le istituzioni, la conoscenza, la didattica, consapevoli che solo la sinergia delle diverse azioni potrà produrre un cambiamento. Diventa quindi centrale promuovere qualunque tipo di disseminazione nel pensiero comune delle idee di cosa, come, dove, perché, chi, e di che genere, costituisca e si occupi delle scoperte scientifiche e tecnologiche.

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NOTE

Leaky pipeline, letteralmente una conduttura che perde, indica il fenomeno della progressiva “perdita” di potenziale femminile a livelli elevati di istruzione: una grande potenzialità in entrata si riduce passo passo fino a scomparire quasi del tutto nelle fasi apicali per vari motivi, mancanza di supporto, maternità, mancanza di possibilità o aspettative di carriera, isolamento o esclusione, ecc.

Glass ceiling factor , letteralmente tetto di cristallo indica quel fenomeno per cui le donne, quando anche non evaporano nel leaky pipe, si scontrano con una barriera invisibile ma reale che impedisce loro di accedere a delle posizioni apicali

 

NOTE BIBLIOGRAFICHE

[Allegrini, 2012] A. Allegrini. Che genere di Scienza? In “Le altre stelle. La dimensione di genere dei contesti educativi tecnico-scientifici. Un’indagine conoscitiva.” Report di Ricerca. Consigliera di Parità. Provincia di Verona, 2012.

[Badaloni et al, 2008] S. Badaloni, C.A. Drace, O. Gia, M.C. Levorato, F. Vidotto (Eds) (2008) “Under-representation of women in Science and Technology“. Quaderno del Comitato Pari Opportunità n. 7, CLEUP, Padova, marzo 2008.

[Boschetto et al, 2012] E.Boschetto, A.Candiello, A.Cortesi, F.Fignani. Donne e Tecnologie Informatiche. Edizioni Ca’ Foscari, 2012.

[Colella e Mangia, 2010] P. Colella, C. Mangia. Protagoniste en travesti.  SAPERE Feb 2010, pag 54-55.

[Colella e Mangia, 2011] P. Colella, C. Mangia. Il gender gap della fisica. SAPERE 2011 pag 11-17

[Erab 2009] Preparing europe for a new renaissance. A Strategic View of the European Research Area. First Report of the European Research Area Board – 2009, EUR 23905 EN, 2009.

[Fox Keller, 1985] E. Fox Keller. Reflections on gender and science. Yale University Press,   New Haven and London, 1985.

[Frattini e Rossi, 2012] R. Frattini, P. Rossi, Report sulle donne nell’università italiana. Meno di zero, 2012.

[Gagliasso e Zucco, 2007] E.Gagliasso, F.Zucco. Il genere nel paesaggio scientifico. Aracne Editrice, 2007.

[Mangia, 2011] Mangia C. Genere, Scienza e società. In Empowerment e orientamento di genere nella scienza. Dalla teoria alle buone pratiche a cura di Cherubini, Colella Mangia Franco Angeli Editore, pp 42-50.

[Melucci et al, 1994] A. Melucci e F. Neresini. Creatività e contesti: relazioni e istituzioni. In A. Melucci. Creatività, miti, discorsi, processi. Feltrinelli, 1994.

[She Figures 2009] She Figures 2009. Statistics and indicators on Gender Equality in Science. ISBN 978-92-79-11388-8, EUR 23856 EN, 2009.

[Schiebinger, 1999] L .Scienbinger Has feminism changed science? Harvard University Press.   Cambridge, 1999.

[Schiebinger, 2008] Londa Schiebinger (Ed). Gendered Innovations in Science and Engineering. Stanford University Press, 2008.

[Vidotto, 2006] Vidotto Francesca. Nuovi linguaggi per una nuova scienza: o del teatro a Padova” in Atti del Convegno “Donne Scienza e Potere. Oseremo disturbare l’Universo?” A cura di Mangia, Colella, Lanotte, Gioia, Grasso ISBN: 88-8305-042-8 (2006), 81.

 

Percorsi di donne tra bisturi e lenti

Articolo di Liliana Moro e Sara Sesti pubblicato su Il Manifesto il 13.09.2012

C’è di che diventare nazionaliste, patriottiche o simili, insomma orgogliose di essere italiane. Il fatto è eccezionale, dato che non sono molte le occasioni di identificazione positiva con i nostri connazionali, ma questa volta sì, alla fine si è veramente appagate di far parte di una simile comunità culturale. Tali e tante sono le scienziate presenti nel Dizionario biografico delle scienziate italiane, opera in due volumi recentemente uscita per le edizioni Pendragon, curati da Miriam Focaccia e da Sandra Linguerri, rispettivamente assegnista di ricerca e ricercatrice in Storia della scienza presso l’Università di Bologna.

Il Dizionario organizza, secondo ambiti disciplinari, 120 biografie selezionate dal sito Scienza a due voci  curato da Raffaella Simili, professore ordinario di Storia della scienza e delle tecniche all’Università di Bologna, un dizionario on-line di scienziate italiane, ampiamente  consultato anche all’estero, ricco di informazioni, immagini, commenti, che conta oltre 1200 nominativi. Si parte dal Settecento, per approdare al tardo Ottocento con l’apertura delle porte dell’università alle studentesse e, da ultimo, alle personalità di successo del Novecento, quando finalmente cedettero i bastioni delle accademie nazionali.

Nella prefazione ai due volumi, Raffaella Simili ricorda il percorso di ricerca, svolto presso l’Università di Bologna dal lontano 2000, che ha condotto al Dizionario: una serie di incontri e seminari internazionali sul tema Donne, università e istituzioni scientifiche che ha prodotto pubblicazioni, rappresentazioni teatrali, filmati. Nel 2008 è nato poi il sito Scienza a due voci – nome divenuto ormai la sigla del gruppo – dedicato a Aung San Suu Kyi, Nobel per la pace 1991, laureata ad honorem in filosofia nel 2000 dall’Università di Bologna. Secondo la studiosa: “Oggi, preso atto della notorietà che il sito ha avuto, tanto da essere parzialmente  “saccheggiato”  nei suoi contenuti riversati talora in altri siti, talora addirittura in pagine scritte, si è presa la decisione di fornire al lettore un dizionario cartaceo che faccia conoscere le principali  protagoniste  della scienza italiana mantenendo, nel contempo, l’impostazione leggera che ha caratterizzato la costruzione del dizionario on-line”.

Le prime laureate

In entrambi i volumi le curatrici offrono una approfondita ricostruzione del percorso delle donne nei  vari ambiti disciplinari, tra pregiudizi e difficoltà, da cui  si rileva che “quella percorsa dalle donne anche in Italia nel campo della scienza e della tecnica è stata una strada tutta in salita sia in campo culturale, sia ancor più in ambito professionale, dove coloro che sono riuscite a conquistarsi uno spazio lo hanno fatto infrangendo molte barriere, a prezzo di grandi sacrifici e in virtù di una determinazione fuori dal comune. Raramente nella storiografia tradizionale si trova un riscontro degli sforzi e delle fatiche, dei primati raggiunti e delle competenze di queste “belle menti”.

Le biografie si avvalgono della collaborazione di un gruppo di studiosi e studiose e sono arricchite da ricordi diretti e testimonianze (“Cosa dicono di lei”), da testi delle stesse scienziate (“Tra i suoi scritti”) e da una preziosa ed esauriente “Bibliografia”.

Nel primo volume, curato da Miriam Focaccia, troviamo le architette, le chimiche, le fisiche e le dottoresse. In tutte le discipline, ma soprattutto nella corposa sezione dedicata alle studiose di medicina si incontrano figure di grande rilievo scientifico e sociale. La prima laureata in Italia fu Ernestina Paper, di Odessa, che nel 1877 si laureò in Medicina a Firenze, seguita l’anno successivo da Maria Farnè Velleda, iscrittasi a Torino. Tra le “medichesse” (come si diceva allora) troviamo personalità come Giuseppina Cattani a Bologna,  Anna Kuliscioff a Napoli, e Maria Montessori a Roma. L’interesse per la Medicina non ebbe ripensamenti, tanto che nel 1921 le donne medico italiane crearono una loro associazione.

Molte delle pioniere che si dedicarono alle scienze mediche furono anche impegnate sul piano sociale e politico. Seguendo lo spirito di rinnovamento e modernizzazione di fine secolo, incarnato dalla sinistra di allora, si spesero non solo per la cura dei meno abbienti ma anche per diffondere i nuovi principi di igiene e di istruzione. Ambito in cui il nome di Maria Montessori rappresenta una svolta epocale. Anna Kuliscioff,  la “dottora dei poveri” lottò contro la febbre puerperale, che faceva strage tra le donne, soprattutto se prive di mezzi; ed Emma Modena visitava gratuitamente i più poveri, fondò il periodico «Igiene della donna e del bambino», e insieme ad Amalia Moretti Foggia insegnava Igiene all’Università popolare di Milano. Quest’ultima collaborò con il Corriere della Sera firmando i suoi scritti con l’accattivante pseudonimo di Petronilla.

La tradizione prosegue nel dopoguerra. Ricordiamo la perseveranza di Ida Bianco che mette a punto con il marito Ezio Silvestroni il progetto contro la talassemia e il coraggio di Laura Conti nelle sue battaglie ecologiste e in particolare nel denunciare e combattere le conseguenze del disastro di Seveso del 1976.

Posizioni d’avanguardia

Anche coloro che si sono dedicate alla Chimica hanno spesso mostrato come non si tratti necessariamente di una scienza distruttiva e pericolosa, infatti molte furono impegnate nel campo farmaceutico. Piace ricordare in particolare la vicenda di Maria Bakunin, figlia dell’anarchico rifugiato a Napoli, che difese coraggiosamente i laboratori dell’ateneo napoletano durante il secondo conflitto mondiale.

Sovente le donne si pongono in posizioni d’avanguardia nelle discipline che coltivano. Ciò stato valido  nel passato, si pensi alle intellettuali che contribuirono nel ‘700 alla diffusione della scienza cartesiana e newtoniana come le napoletane Eleonora Barbapiccola,  Faustina Pignatelli, Maria Angela Ardinghelli e le bolognesi Laura Bassi e  Anna Morandi Manzolini. Ma è vero anche in tempi recenti. Citiamo il caso delle fisiche Rita Brunetti e Zaira Ollano, l’allieva con cui collaborò e visse: il loro sodalizio produsse ricerche sul magnetismo che aprirono la strada ai vincitori del Nobel nel 1977. E il settore dell’Architettura, che per le donne italiane non ha significato solo design ma anche attività imprenditoriale e progettazione di spazi pubblici in Italia e all’estero e bastano due nomi – Lina Bo Bardi e Gae Aulenti – per dare un’idea del livello a cui si sono mosse.

Nel secondo volume, curato da Sandra Linguerri, troviamo le matematiche, le astronome e, più numerose, le naturaliste. La lettura delle loro biografie mette in luce alcune caratteristiche contrastanti pregiudizi e luoghi comuni sul rapporto delle donne con la scienza: la genialità riconosciuta e valorizzata da un ambiente adatto, la capacità sia di accettare maestri e collaboratori che di sostenere e guidare discepoli; la necessità di contribuire alla divulgazione del sapere scientifico. Prima dell’apertura delle università alle donne, spiccano figure come la matematica Maria Gaetana Agnesi autrice nel 1747 delle «Istituzioni analitiche ad uso della gioventù italiana», la naturalista Marianna Spallanzani coadiuvatrice del fratello Lazzaro, celebre biologo, nella cura dell’imponente raccolta zoologica privata, l’astronoma Caterina Scarpellini fondatrice col marito Erasmo Fabri nel 1848 della rivista  «Corrispondenza scientifica in Roma per l’avanzamento delle scienze».

La presenza di mariti, fratelli o maestri al loro fianco è una costante dovuta alle difficoltà, in assenza di possibilità di una formazione scolastica, di raggiungere un’idonea preparazione scientifica attraverso canali che non fossero legati unicamente  ad un contesto  famigliare favorevole. È anche da qui che discende quel ruolo di “manovalanza scientifica” che sembra  caratterizzare, secondo studiosi come Loria, Mantegazza, Lombroso e altri, molte pioniere, specialmente del Settecento. Queste ultime –  in astronomia le Suorine della Specola Vaticana che contribuirono alla realizzazione del primo Catalogo stellare “La Carte du Ciel” – stilavano cataloghi, compilavano tavole ed effettuavano  calcoli. Nel campo delle scienze naturali aiutavano nell’allestimento e nel funzionamento di laboratori, di solito collocati nelle abitazioni private, o provvedevano alle illustrazioni scientifiche e alle traduzioni di testi, corredandoli spesso con note esplicative.

Alterne fortune

Dopo l’unità d’Italia, a partire dall’apertura dell’università alle donne, passando per il 1969, quando fu liberalizzato l’accesso alle facoltà universitarie, fino ad oggi, i percorsi delle studiose in campo scientifico sono stati variegati e molteplici. Come osserva giustamente Sandra Linguerri “Molte si dedicarono all’insegnamento, alcune proseguirono le proprie ricerche grazie al supporto di maestri illuminati, altre abbracciarono la carriera accademica con alterne fortune: la biologa Rina Monti, la chimica Maria Bakunin, la matematica Pia Nalli, la fisica Rita Brunetti, l’astronoma Margherita Hack, il Premio Nobel Rita Levi-Montalcini. Ripercorrere modi e tempi delle conquiste realizzate dall’intellettualità e dalla professionalità femminili costituisce dunque una fondamentale esigenza per ricostruire una storia della cultura scientifica corretta e completa”.

Insieme a Raffaella Simili, anche noi che ci siamo appassionate ad una ricerca sugli stessi argomenti realizzando all’Università Bocconi nel 1997 la mostra “Scienziate d’Occidente. Due secoli di storia” e all’Università delle Donne di Milano testi e iniziative presenti nel sito www.universitadelledonne.it e il libro Sara Sesti e Liliana Moro, “Scienziate nel tempo. 70 biografie” (Edizioni LUD Milano, 2010), ci auguriamo che i due volumi del dizionario, varati senza alcuna pretesa di esaustività, anzi nella speranza di sollecitare ulteriori indagini al riguardo,  possano apportare un contributo  incisivo all’interrogativo che noi donne  italiane recentemente abbiamo  riproposto su un piano civile, in ordine  ai problemi  tuttora aperti di giustizia, parità e libertà: se non ora, quando? Oggi!