Breaking the vicious cycle of gender stereotypes and science

Articolo di Flavia Zucco e Francesca Molfino sugli stereotipi di genere pubblicato sulla rivista della Fondazione Brodolini.

Introduction
Over the last thirty years many scholars have claimed that any form of knowledge and culture has been accomplished by a western male gender subject and this idea inherently conveys self-reinforcing codes strictly related to how the male subject has defined himself in organisations and related institutions. Hence, if a female gender subject wishes to share, for example, scientific knowledge, it is necessary to determine what excludes her in the institutions, identifying the areas of science that are common to both. For example, the laboratory and everything directly connected to experimentation, theory and most technologies belong to human beings, whereas the selection of research fields, application of technologies, funding, access to scientific knowledge, academic institutions and the same scientific organisations come under the umbrella of a “scientific culture” that is connected to other forms of culture and contains the same forms of gender discrimination.
The issue of stereotypes in gender discrimination is a very crucial one, because their roots are deeply embedded in the history, culture, education and psychology of individuals in western countries. In scientific research, stereotypes are also present because social roles and values are not influenced by the features at the roots of this activity: objectivity and scientific rationality. In fact, data have shown that gender horizontal discrimination in disciplines, vertical discrimination in career progress and exclusion from decisional boards are widely present in science and technology areas.

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Prove di sessismo per le classi quinte

di Alessia Bruni

Quanto è grave costringere una bambina e un bambino ad affermare che le femmine hanno una posizione gerarchicamente inferiore nella società umana perché questa è la loro natura? Quanto è grave costringerli ad affermare anche che la natura richiede che il capo gruppo sia un maschio, che i maschi devono lottare per il potere e che le femmine ne sono estranee? Quanto è grave se questo avviene a scuola? Quanto è grave se avviene nel contesto di un esame ministeriale? Quanto è grave trasformare le educatrici e gli educatori in complici loro malgrado? Non sono domande retoriche. Quanto descritto è successo a tutte le bambine e bambini italiani delle classi V elementare, durante l’esame ministeriale INValSI.

Questo l’inizio del testo di esame (1): “Nella casa di cera”
“Presso i mammiferi (società umane comprese) le comunità organizzate hanno quasi sempre una struttura patriarcale: a capo del branco o della tribù vi è un vecchio maschio, robusto ed esperto, al quale i sudditi, almeno per un certo tempo, accordano fiducia e rispetto. Le femmine, che pur godono di molte libertà e sono per lo più estranee alle lotte per il potere in cui indulgono i maschi, hanno in genere posizione più subordinata, o sono del tutto fuori da una gerarchia”.

Il testo prosegue con pregiudizi occultati da un approccio pseudo-scientifico, e si sposta sulle api, animali presi ad esempio di organizzazione sociale fin da Virgilio, con la differenza che allora l’ape regina era un re maschio. La società degli animali sarebbe gerarchica, classista. Il ruolo riproduttivo è affidato alla femmina, che in quanto madre diventa regina. La riproduzione avverrebbe dopo il volo nuziale; non vorrete mica che in natura ci siano dei figli concepiti fuori dal matrimonio! Il mondo animale esalterebbe il lavoro operaio e la difesa armata dal diverso visto come aggressore. Pregiudizi e stereotipi che purtroppo ci risultano familiari perché ne siamo bombardati fin da bambini. Questa familiarità rischia di farci sottovalutare la gravità delle affermazioni.

Dopo la lettura del testo, si richiede ai bambini e alle bambine di rispondere a domande di comprensione. Il testo è presentato come scientifico e quindi le risposte assumono una validità universale. Per rispondere correttamente, le bambine e i bambini devono affermare che, tra i mammiferi, società umane comprese:

1)Le femmine hanno una posizione inferiore
2)Il capo del gruppo è un maschio
3)I maschi lottano per il potere

Un esame è un momento educativo particolare per i bambini, accompagnata da emozioni e una tensione forte a non sbagliare. L’educazione alla discriminazione sessista in un esame ministeriale è quindi gravissima. E’ stata pagata con i soldi pubblici. Ha fatto degli/delle insegnanti, obbligati a somministrare un esame scritto da terzi senza la loro partecipazione, dei complici. Ha fatto della scienza, nata per affermare la realtà contro il pregiudizio, nata dalla ribellione al principio di autorità, uno strumento per incitare al pregiudizio e per affermare la superiorità.

Nei giorni scorsi i giornali italiani hanno riportato la notizia di una scuola di New York, finita sotto i riflettori della stampa, del sindaco e del FBI per un compito di matematica a connotati razzisti, con conteggi di schiavi rivoltosi morti e frustati.
Invano troverete sulla stampa italiana la minima eco di indignazione al testo sessista dell’INValSI. E forse, leggendo i testi e i quesiti li troverete tanto familiari da non vederne più gli stereotipi, la pochezza, la visione da bambini deficienti e pedissequi, in cui la fantasia, la creatività, il giudizio critico sono azzerati. Da non vedere più la violenza di concetti per cui le femmine hanno una posizione sociale inferiore, per natura.

L’ INValSI, Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema dell’Istruzione (ora Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione) è un ente di ricerca pubblico soggetto alla vigilanza del Ministero della Pubblica Istruzione. Per il ministero, gestisce il sistema nazionale di valutazione volta a verificare i livelli generali e specifici di apprendimento conseguiti dagli studenti nell’esame di Stato, ma anche della valutazione dei dirigenti scolastici.

L’educazione alla discriminazione è un crimine. La dichiarazione universale dei diritti umani afferma che “Tutti hanno diritto ad una eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione”. La nostra costituzione prevede uguaglianza di condizioni per bambini e bambine. Come possiamo garantire uguaglianza di condizioni con tali educatori?

Ritenere il test un caso isolato sarebbe un errore. Sarebbe non vedere che se questo è stato possibile, se l’educazione alla discriminazione è possibile e passa sotto silenzio, questo sistema di valutazione è profondamente sbagliato. Sicuramente manca l’attenzione a una educazione che superi la discriminazione.
Sicuramente occorre riportare nella scuola una informazione scientifica di buona qualità.

Riferimenti
1) http://www.invalsi.it/snv0910/documenti/Italiano_SNV0910_classe_V_primaria.pdf

L’Espresso: Mamme di laboratorio

Sul numero 7 de L’Espresso la denuncia dell’associazione Donne e Scienza sulle regole per accedere al finanziamento ai bandi FIRB e PRIN. Tra i criteri di valutazione c’è infatti quello degli anni necessari a conseguire dottorato o laurea: meno tempo ci si mette, migliore sarà il punteggio. Per legge, una donna che in quel periodo abbia avuto un figlio è stata obbligata a stare 5 mesi lontano dal luogo di lavoro. E per questo il Ministero le riconosce uno bonus di tempo, un anno in più per ogni figlio. Ma lo stesso bonus viene riconosciuto anche a tutti gli uomini che hanno avuto figli, indipendentemente dal fatto che abbiano chiesto un congedo parentale.

E’ la scienza, bellezza! Cose da ragazze

di Marilù Chiofalo

Perché è importante avere più donne nella scienza? Domanda complessa, da scomporre nelle più semplici: perché più donne e perché più scienza. Una volta nel sudovest degli Stati Uniti mi è capitato di rimanere in mezzo al deserto con le chiavi chiuse nell’auto. Arrivano due rangers: quello tecno estrae dal bagagliaio fil di ferro e manuale elettrico di tutte le auto del pianeta, quello bruto cuneo e martello. Ognuno ad uno sportello, in pochi minuti l’auto era aperta (non svelerò da chi). Different is clever, pensai. La persona che cura le sue tante differenti intelligenze, nove per Howard Gardner [1], è più abile e felice, destinata a evolvere con successo le proprie capacità. Così è su altra scala la comunità che crea condizioni perché tutte le proprie differenze, a partire da quelle tra uomini e donne, possano contribuire con pari opportunità: uguaglianza, di diritti, non è identità, composizione unica di diversità. E all’opportunità si aggiunge il principio di democrazia nel decidere politiche collettive. Luce Irigaray [2] ha segnato la cultura delle donne con un concetto:  ci sono differenze tra uomini e donne che non sono riducibili ovvero eliminabili, perché intimamente legate al corpo delle donne. Oltre a queste differenze irriducibili, cosa portano le donne di diverso? La risposta non è univoca: se si affermasse che tutti i gatti sono a pois, basterebbe trovarne uno non a pois per dimostrare che si sta erroneamente generalizzando. Ci si può riferire a caratteristiche tipiche, che diventano visibili con una massa critica. A partire dal funzionamento del cervello marinato negli ormoni, studi di neuroscienze [3] supportano l’idea che le donne abbiano rispetto agli uomini un approccio cognitivo che userebbe più intelligenze allo stesso tempo, legato alla pratica di cura di persone e cose, al metterle in relazione attraverso l’esercizio di più funzioni o forme di mediazione. Vi corrispondono stili differenti (non migliori o peggiori) di apprendimento, formazione, ricerca e creatività, leadership.

Ecco perché più donne. E la scienza? Accompagnate a generalizzazioni, identità e differenze si inchiodano rispettivamente a rigidi stereotipi e discriminazioni, che nella loro totale assenza di movimento funzionano da potentissimo ostacolo all’evoluzione personale e collettiva. L’antidoto è far funzionare i processi conoscitivi a partire da fatti e non pregiudizi, in una Cultura non certo distinta tra umanistica e scientifica ma espressione dell’umanesimo di ciascuno/a e del suo sguardo differente sulle questioni. Nella Cultura, non saper usare logaritmi, biscrome, comunicazione empatica o altro è problema di linguaggio, non meno limitante del buon uso di congiuntivi. In effetti non si parla mai di divulgazione umanistica – servirebbe anche quella. I diversi linguaggi sono vie per attivare le diverse intelligenze e fare scienza, soprattutto sperimentale, richiede l’uso di più intelligenze allo stesso tempo o in sequenza. Infine, se fare scienza deve essere importante, la comunità e chi la rappresenta nel definire agenda politica e risorse devono comprenderla. Ecco perché più scienza. Dunque, avere più donne nella scienza è questione di sviluppo nello sviluppo e di democrazia nella democrazia. Inoltre, ogni forma di settorializzazione e di rigidità funziona da potente ostacolo alla presenza di più donne nella scienza.

Cosa dunque non ha funzionato fino ad ora per avere più donne nella scienza? Le rigidità sono molteplici. Innanzitutto, mentre la famiglia è in emergenza educativa, l’intero sistema scolastico di formazione e valutazione funziona con processi rigidamente standardizzati su poche intelligenze [1] e dunque largamente inefficienti a personalizzare l’intervento sulle differenze, e poco centrati su idee e relazioni tra idee. Inoltre, la qualità della relazione educativa, importante per il successo formativo, è progressivamente deteriorata dall’infanzia all’università, mentre la formazione integrata per competenze cede il passo a quella settorializzata per discipline e, curiosamente, la frequenza di insuccesso scolastico cresce con l’età e mostra incrementi repentini nel passaggio da un ordine di scuola al successivo [4]. In ogni caso, poche donne scelgono il settore scientifico, in un meccanismo di segregazione orizzontale rafforzato dal fatto che il sistema formativo, operativo e di governance, è fino alle medie in mano alle donne: come tutte le segregazioni, anche questa per gli uomini ostacola l’evoluzione di un sistema che sarebbe opportuno ripensare. Alle rigidità delle metodologie didattiche e della segregazione orizzontale della Scuola se ne aggiungono altre nell’ Accademia. Questa funziona in modo ancora gerarchico, con giovani troppo a lungo precari nell’autonomia scientifica e criteri di valutazione della ricerca disegnati su tempi di vita e di lavoro maschili: cervelli in gabbia e incinti sono concetti di un celebre volume dell’ADI [5], a significare che la massima produttività scientifica è richiesta nei 30 anni, quando anche la capacità riproduttiva lo è. Ne segue una segregazione anche verticale, con pochissime donne leader nella ricerca come modelli di successo e ruolo per giovani.

Cosa si può fare per contrastare la segregazione orizzontale e verticale? Due concetti ispirano a questo scopo le politiche pubbliche e possono ispirare anche il nostro impegno quotidiano: mainstreaming e empowerment, rispettivamente. La segregazione orizzontale confina le donne alla periferia della scienza? L’operazione inversa è mettere le donne al centro di tutti i processi e gli ambiti di intervento: non servono risorse aggiuntive, ma cultura adatta a reindirizzare quelle già esistenti. La segregazione verticale confina le donne ai gradini bassi della carriera? l’operazione inversa è spingerle in alto rafforzando consapevolezza, capacità e competenze lungo l’arco della vita: attraverso azioni positive di promozione oppure negative di contrasto di stereotipi. Mi sono chiesta, anche insieme ad amiche e colleghe/i, come disseminare i due concetti nel lavoro quotidiano di didattica e divulgazione. Ne sono emersi il corso La Fisica di Tutti i Giorni [6] che tengo con un partner sperimentale, Massimiliano Labardi, e il programma radiofonico di sensibilizzazione alla cultura scientifica Piacere, Scienza! [7] ideato e condotto con Sara Maggi, prodotto da WOW per l’Università di Pisa. La Fisica di Tutti i Giorni, ispirato a How Things Work di Lou Bloomfield [8], è un corso di fisica da Galileo alla fisica quantistica, anche per umanisti. Concetti e idee sono sviluppate senza matematica a partire da dimostrazioni d’aula su oggetti e fenomeni quotidiani, scelti insieme agli/le studenti: skateboarding, aspirapolveri, abbigliamento, uragani, cellulari e forni a microonde, diagnostica medica, coltelli, fisica in cucina sono esempi. Piacere, Scienza! è un format di quattro minuti condotto da Sara, che ne è regista, e me, costruito con ritmo e linguaggio semplice a partire da interviste ad esperti/e: le puntate, scaricabili da iTunesU, affrontano conoscenze consolidate oppure oggetto di ricerca di frontiera, dalle bio-neuroscienze alla fisica. Le serie speciali Perché Nobel?, Nobel Donna e Galileo pescano anche in letteratura, arte e scienze sociali. Al di là del format, entrambe le esperienze sono pensate con due tratti in comune: accendere curiosità e divertimento (anche di autrici/tori!) mettendo la scienza al centro della cultura popolare di libri, film, fumetti, musica, cucina, eventi quotidiani, e far venire voglia di scienza abbattendo gli ostacoli del linguaggio, “Se pensate di non essere portati per la scienza, non preoccupatevi perché vi ci portiamo noi!”. I due format fanno uso estensivo di mainstreaming ed empowerment di genere. Esempi di mainstreaming sono curare la comunicazione in modo da parlare alle parti logica, esperienziale, emozionale, mettere in relazione aspetti molto distanti tra loro, scegliere argomenti cari alle donne (quelli del divertentissimo La Fisica del Tacco 12 dell’amica Monica Marelli [9] sono fonte di perenne ispirazione), mettere in luce motivazioni e applicazioni pratiche, soprattutto se di cura, descrivere il funzionamento del cervello o del sistema uditivo evidenziando le differenze di genere. Non si aggiunge contenuto, solo si comunica in modo differente, anche perché accrescere la curiosità in modo non neutro rispetto al genere vale anche come empowerment. Esempi diretti di empowerment sono mettere in luce il contributo di donne alla scienza, come in Nobel Donna e soprattutto i processi che le ha condotte a conquistare una leadership: come ci sono arrivate, quali difficoltà abbiano incontrato. Tempo fa alla fine di una mattinata di discussione sul “Tg delle differenze”, prodotto da una scuola primaria di Pisa al termine di un percorso promosso come assessora sull’educazione alle differenze di genere, ho chiesto in che senso in definitiva uomini e donne siano “uguali e differenti”: una bimba ha risposto “E’ semplice! È una questione di personalità!”. Ripenso ad un aforisma molto efficace di Tannen, “Se la donna parla utilizzando lo stile delle donne viene considerata un leader inadeguato. Se parla con lo stile del leader viene considerata una donna inadeguata”. La bimba aveva ragione: avremmo invece tanto bisogno di leadership, di uomini o donne che sia, sempre adeguata.

Articolo apparso su inGenere

Bibliografia

[1] Howard Gardner, su: Il Movimento di Riforma della Scuola, presso il sito di ADI, link; Intelligenze Multiple e Nuove Tecnologie link

[2] Luce Irigaray: Io tu noi (Bollati-Boringhieri, 1992);

[3] Louann Brizendine: Il cervello delle donne (Rizzoli, 2007)

[4] Rino Picchi: Elaborazione dati dell’Osservatorio Scolastico Provinciale di Pisa, http://osp.provincia.pisa.it/

[5] ADI- Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca Italiani (a cura di): Cervelli in gabbia. Disavventure e peripezie dei ricercatori in Italia,  Cervelli in fuga

[6] Marilù Chiofalo: La Fisica di Tutti i Giorni

[7] Sara Maggi e Marilù Chiofalo: Piacere, Scienza! disponibile da iTunesU

[8] Lou Bloomfield: How things work. The physics of Everyday Life (John Wiley & Sons, 2009)

[9] Monica Marelli: La Fisica del Tacco 12 (Rizzoli, 2009)