Presentiamo di seguito un testo elaborato dall’Associazione Donne e Scienza a seguito dell’Assemblea generale tenutasi a Parma il 24 febbraio 2026. Il testo segue le tematiche discusse dalle socie e dai soci in gruppi di lavoro.
Per comodità di lettura il documento può essere scaricato in formato .pdf.
Sommario
Tematica 1 – Scienza come bene comune: una responsabilità storica e politica
Tematica 2 – Il genere come lente di lettura: cambiare le domande della scienza
Tematica 3 – Responsabilità della scienza in tempi di crisi
Tematica 4 – Carriere scientifiche, potere e responsabilità
Tematica 5 – Politiche, istituzioni e azioni collettive
Tematica 1 – Scienza come bene comune: una responsabilità storica e politica
In un momento storico in cui la ricerca scientifica è spesso compressa tra interessi economici e geopolitici, legati alle grandi aziende tecnologiche, ai complessi militari e all’industria dei combustibili fossili e logiche di visibilità e carriera individuale, ribadiamo con forza la necessità di riaffermare la scienza come bene comune, al servizio dell’intera società e non del profitto di pochi. Questa consapevolezza dovrebbe attraversare non solo il mondo della ricerca e del lavoro scientifico, ma l’intera società, diventando un principio guida dell’attività di ricercatrici e ricercatori.
La scienza come bene comune va intesa anche come sapere diffuso. L’importanza della conoscenza in una democrazia è rilevante per una partecipazione consapevole. Se il mondo della scienza deve aprirsi e interagire con la comunità, questa va sollecitata ad apprendere
Nella celebre poesia Lode dell’imparare (1933), Bertolt Brecht chiama il popolo a una rivoluzione non violenta, combattuta con le armi del sapere e della cultura.
Riteniamo fondamentale che chi svolge attività di ricerca approfondisca non solo i contenuti scientifici del proprio lavoro, ma anche il contesto locale e globale in cui esso si colloca, assumendosi la responsabilità delle proprie scelte, soprattutto quando queste entrano in tensione con i propri valori e con la propria etica. In questo senso, è necessario superare la facile scorciatoia che consiste nel considerare la scienza come neutrale. Per questo motivo, riteniamo che la formazione accademica — in particolare nei settori scientifici e tecnologici debba includere, accanto alle competenze disciplinari, anche elementi di etica della ricerca, pensiero critico e analisi dei contesti sociali e politici in cui la scienza opera. Allo stesso tempo, è necessario far crescere e rafforzare nella società una maggiore consapevolezza di cosa sia realmente la scienza: non solo un insieme di risultati, ma un processo collettivo fatto di scelte, responsabilità e pratiche condivise. In questa prospettiva, chi fa ricerca e chi la comunica dovrebbe evitare di alimentare sia il mito dell’eccezionalità individuale sia la retorica della neutralità scientifica.
È altrettanto importante che la scienza esca dagli spazi accademici e si apra al confronto con la società, dialogando con le persone e con le loro esigenze. Le persistenti disuguaglianze di genere in alcuni settori tecnologici, come le tecnologie dell’informazione, l’ingegneria e la fisica e nelle posizioni decisionali producono distorsioni nei contenuti della ricerca e nella definizione delle priorità scientifiche, incidendo in modo significativo sulla possibilità stessa di concepire la scienza come bene comune della collettività.
Tematica 2 – Il genere come lente di lettura: cambiare le domande della scienza
Utilizzare il genere come lente di lettura nella scienza può modificarne profondamente gli approcci, le priorità e le ricadute sociali, incidendo anche sulle condizioni di lavoro di chi opera nel mondo della ricerca. Le domande che la scienza si pone non sono mai neutrali: sono influenzate da molteplici fattori, sia personali sia legati all’organizzazione della ricerca. Tra questi:
- le esperienze individuali e collettive e i diversi background culturali e sociali;
- la consapevolezza delle ricadute della ricerca;
- l’attenzione alle finalità e agli usi sociali delle conoscenze prodotte;
- le metodologie adottate e i diversi punti di vista da cui si osservano i fenomeni;
- il contesto istituzionale e organizzativo in cui la ricerca viene condotta;
- i diversi stili di lavoro e il valore attribuito alla collaborazione;
- le modalità di condivisione dei risultati e delle informazioni.
La persistenza di pregiudizi di genere ha effetti negativi non solo sulle carriere scientifiche, ma anche sugli approcci metodologici e sullo sviluppo di interi ambiti di ricerca, in particolare nei settori che riguardano l’ambiente, la salute e l’uso delle tecnologie.
Un esempio significativo riguarda il bias di genere nella percezione dei benefici delle nuove tecnologie e dei servizi ad esse associati. Tali distorsioni possono influenzare le valutazioni dei dispositivi tecnologici quando queste si basano sulle opinioni di gruppi target definiti in modo ristretto, ad esempio giovani uomini bianchi altamente istruiti, producendo risultati parziali e poco rappresentativi. Questi meccanismi hanno ricadute anche sul sistema educativo e sull’istruzione, con conseguenze rilevanti sia in termini di opportunità professionali sia nella distribuzione delle risorse e dei finanziamenti alla ricerca.
La separazione spesso netta tra l’oggetto della ricerca e le persone che la conducono, così come la contrapposizione tra il successo individuale e le ricadute sociali della ricerca, tendono inoltre a svalutare comportamenti e valori tradizionalmente associati al femminile, come la cura delle relazioni, la collaborazione e la condivisione del sapere. Integrare il proprio essere persona con il modo di fare ricerca, ponendosi anche interrogativi sulla conciliazione tra vita privata e lavoro, è ancora talvolta percepito come poco compatibile con l’idea di una ricerca di alta qualità. Al contrario, l’ampliamento dei valori che orientano il lavoro scientifico può contribuire a ridefinire il concetto stesso di eccellenza, superando indicatori esclusivamente quantitativi come la performance o l’impact factor e valorizzare anche competenze relazionali, capacità di collaborazione, pratiche di condivisione e attenzione alla qualità degli ambienti di lavoro.
Tematica 3 – Responsabilità della scienza in tempi di crisi
Le profonde trasformazioni ambientali, sociali, e tecnologiche che caratterizzano il nostro tempo rendono sempre più evidente la responsabilità della scienza nei confronti della società, e la necessità di favorire un contatto più diretto tra cittadini e cittadine e scienziati e scienziate, attraverso una fruibile citizen science.
Comunicazione scientifica più empatica e accessibile
È emersa la necessità di sviluppare forme di comunicazione scientifica più empatiche, inclusive e capaci di ridurre la distanza tra comunità scientifica e società. Modelli comunicativi più diretti e accessibili, pur mantenendo il rigore e la complessità della conoscenza scientifica, possono contribuire a rafforzare la fiducia pubblica nella scienza e a contrastare fenomeni di disinformazione.
Responsabilità verso le nuove generazioni
La responsabilità della comunità scientifica riguarda anche la formazione delle nuove generazioni, donne e uomini, chiamate a compiere scelte orientate al bene collettivo: tutela del pianeta, sostenibilità ambientale, giustizia sociale e rafforzamento delle istituzioni democratiche. In questa prospettiva, il modello educativo centrato esclusivamente sull’autorealizzazione individuale dovrebbe essere ripensato attraverso approcci capaci di valorizzare la responsabilità condivisa, la dimensione relazionale e l’orientamento al bene comune.
Al fine di sviluppare una maggiore consapevolezza nelle Nuove Generazioni di Esperti (NGE), sia nell’ambito delle Human Sciences che Life Sciences, la sensibilizzazione relativamente a queste tematiche deve avvenire con un approccio ben strutturato attraverso la messa a punto di percorsi formativi universitari attrattivi, innovativi ed inclusivi.
Superare la retorica della neutralità
La retorica della neutralità scientifica può essere superata attraverso: il riconoscimento della pluralità dei soggetti che producono conoscenza; il superamento delle dicotomie di genere; una maggiore consapevolezza delle implicazioni sociali e politiche della ricerca.
Approcci femministi e cambiamento di paradigma
In questo quadro appare necessario adottare approcci femministi capaci di promuovere un cambiamento di paradigma: passare da una scienza del dominio, fondata sul controllo, sulla competizione e sulla gerarchia, a una scienza della cura, orientata alla relazione, alla sostenibilità e alla responsabilità verso la comunità.
Tematica 4 – Carriere scientifiche, potere e responsabilità
La riflessione sulle carriere scientifiche ha messo in luce, accanto alle numerose competenze e alla crescente presenza delle donne nel mondo della ricerca, una persistente tendenza al mancato riconoscimento del loro lavoro e dei loro meriti. Il filo rosso emerso dalle discussioni è proprio questo deficit di riconoscimento, che il gruppo ha interpretato come una forma di violenza di ruolo e organizzativa, strettamente legata ai contesti istituzionali e culturali in cui si opera.
È stata evocata, a questo proposito, l’immagine delle “scienziate serventi”, spesso disponibili, e talvolta implicitamente costrette, a ricoprire ruoli ancillari all’interno delle istituzioni scientifiche. Sul luogo di lavoro, infatti, le donne scienziate tendono più frequentemente degli uomini ad assumersi responsabilità legate alla gestione delle relazioni interpersonali e alla costruzione di un clima collaborativo. Sono inoltre spesso coinvolte in attività di tutoring e mentoring, nella divulgazione scientifica e nell’organizzazione di convegni e iniziative scientifiche. Queste attività, pur essendo fondamentali per la vita delle istituzioni scientifiche, non sono sempre adeguatamente riconosciute nei sistemi di valutazione accademica. Di conseguenza, molte scienziate si trovano ad avere meno tempo per le attività considerate più “premianti”, come la pubblicazione scientifica o la partecipazione a bandi competitivi per il finanziamento della ricerca. Anche nei contesti di discussione scientifica, le donne continuano talvolta a essere percepite e rappresentate attraverso ruoli familiari, madri, mogli, figlie, piuttosto che come interlocutrici pienamente competenti, dando origine a un evidente doppio standard tra scienziati e scienziate.
Un ulteriore elemento critico riguarda il fatto che alcune donne che raggiungono posizioni apicali tendono a riprodurre modelli di lavoro scientifico tradizionalmente maschili, caratterizzati da forte competitività, elevata produttività e workaholism. Per avanzare in carriera, adottano spesso il modello dell’ideal worker come norma implicita, allineando di conseguenza le proprie aspettative nei confronti delle giovani scienziate e delle colleghe. Per comprendere pienamente queste dinamiche è importante analizzare l’intero arco della vita professionale delle scienziate, dall’ingresso delle giovani ricercatrici fino alla fase della quiescenza, nonché confrontare le diverse situazioni nei vari ambiti universitari e negli enti di ricerca. In questo quadro emerge una duplice responsabilità: da un lato quella maschile, che ha storicamente contribuito a plasmare modelli e criteri di valorizzazione del lavoro scientifico; dall’altro quella di alcune donne che, talvolta, finiscono per assecondare e legittimare tali modelli senza sperimentare forme di leadership differenti. Da qui la necessità di una trasformazione culturale trasversale che coinvolga tutte e tutti e che intervenga su nodi strutturali come i sistemi di valutazione della ricerca, le dinamiche di gruppo e le politiche di conciliazione tra lavoro e vita privata, ripensandoli in modo più equo e sostenibile.
Esistono già esperienze e buone pratiche da cui partire, come quelle sviluppate dal gruppo TIER – Towards Inclusive Evaluation of Research nell’ambito delle attività di CoARA. Gli obiettivi del gruppo sono stati illustrati al convegno Donne e Scienza di Genova 2024 (Penati, 2026, pp. 111–116) e ulteriori sviluppi saranno presentati alla comunità accademica in un incontro previsto alla Scuola Normale Superiore di Pisa il 20 maggio 2026.
Tra le azioni possibili si segnalano:
- continuare ad approfondire il tema attraverso la raccolta e l’analisi della bibliografia esistente;
- elaborare un position paper sull’argomento;
- progettare e somministrare questionari per raccogliere esperienze, criticità e buone pratiche all’interno delle comunità scientifiche.
Tematica 5 – Politiche, istituzioni e azioni collettive
Le “politiche” derivano dal rapporto tra “personale” e “sociale”.
Per quanto riguarda le “politiche”, occorre innanzitutto analizzare il contesto in cui ci troviamo oggi. Le conquiste che abbiano ottenuto (aspetti strutturali per le pari opportunità, ad esempio i Gender Equality Plan) ed i valori (aspetti culturali: eguaglianza, diversità, inclusione) su cui esse si basano, sono oggi messe in discussione a livello mondiale, proprio in quei paesi che basavano le proprie politiche su istanze democratiche. “Eguaglianza, diversità, inclusione” (EDI), intersezionalità, violenza di genere, parole chiave per noi, sono diventate dei termini tabu negli USA. Questo fatto rischia di ripercuotersi sull’Europa e sull’Italia.
Per quanto riguarda il “sociale”, occorre tenere più in considerazione i gruppi più fragili della società. In questo contesto, va sottolineata l’importanza di preservare le relazioni umane. La tecnologia informatica, fondamentale oggi nella maggior parte delle nostre azioni (es., per rapportarsi con le istituzioni dalla sanità all’anagrafe, per gestire i patrimoni e le utenze) rischia tuttavia di emarginare soggetti con poca dimestichezza con questa tecnologia (in particolare le persone anziane) e di alienare gruppi sociali con competenza informatica sviluppata (in particolare le persone giovani, quando il rapporto col mondo a loro esterno diviene solo virtuale). Per questo dobbiamo rivalutare i contatti umani diretti, in presenza. La comunità scientifica, che basa un’importante parte della propria attività sulla collaborazione, deve recuperare l’attitudine ad incontrarsi faccia a faccia, non solo attraverso uno schermo virtuale. Il convegno annuale 2026 dell’associazione “Donne e Scienza” in presenza (pur con la possibilità grazie alla tecnologia di interagire a chi non ha potuto essere presente fisicamente) ha risposto anche a questa necessità di trovarci insieme fisicamente, dimostrando l’importanza della partecipazione collettiva diretta.
Per passare dal “personale” al “collettivo” e poter influenzare le politiche della ricerca, le “reti” risultano fondamentali. Ad esempio, questo è stato riconosciuto dall’Unione Europea con azioni concrete all’inizio del 2000, quando l’attenzione all’uguaglianza di genere è entrata nei piani quinquennali delle politiche europee, tra cui anche i piani per la parità di genere nella ricerca. “European Platform of Women Scientists – EPWS” ha le sue radici proprio in questo contesto europeo, diventando un esempio di “associazione di associazioni”. Altre reti si sono costituite grazie a vari progetti europei focalizzati alla partecipazione e alle carriere delle donne nella scienza (“Sister projects”). Il G7 e il G20 hanno dei gruppi specifici dedicati alle istanze delle donne nella scienza. L’associazione Donne e Scienza, oltre ad essere un fulcro di contatto tra le donne italiane nella ricerca, è un nodo di queste reti, vista la partecipazione di alcune sue componenti in queste reti europee ed internazionali.
Per quanto riguarda il nostro impegno come “donne di scienza” va sottolineata l’importanza di inserire l’ottica di genere in tutte le fasi e in tutti i settori della ricerca. Tra questi anche l’attenzione ai rischi che il trasferimento tecnologico può portare per la salute e l’ambiente.
Infine, va riconosciuto il ruolo della comunicazione, in particolare come impegno nel nostro ruolo di persone attiviste dell’associazione “Donne e Scienza”. Spesso nei nostri contatti ci muoviamo all’interno di “bolle” in cui interagiamo tra persone con simile livello culturale e sociale, non percependo le differenze di prospettive e valori di chi non appartiene alla nostra “bolla”. Per questo auspichiamo che “Donne e Scienza” possa implementare la propria comunicazione attraverso vari canali e contatti per raggiungere i vari attori della società, contribuendo ad uno sviluppo democratico della cultura scientifica che possa riflettersi su azioni politiche concrete.
Tra le azioni possibili si segnalano:
- Difendere e rilanciare i valori EDI (eguaglianza, diversità, inclusione). Contrastare il loro indebolimento a livello internazionale e prevenire ricadute negative in Europa e in Italia.
- Rafforzare l’attenzione ai gruppi sociali più fragili: riconoscere le difficoltà delle persone anziane nell’uso delle tecnologie; prevenire l’isolamento sociale dei giovani legato all’eccesso di virtualità.
- Promuovere le relazioni umane dirette: incentivare incontri in presenza (anche nella comunità scientifica); mantenere un equilibrio tra interazioni digitali e fisiche.
- Sviluppare e consolidare reti (networking): rafforzare la collaborazione tra associazioni e istituzioni; partecipare attivamente a reti europee e internazionali; usare le reti per influenzare le politiche della ricerca.
- Integrare la prospettiva di genere nella ricerca: applicarla in tutte le fasi e in tutti i settori; includere anche la valutazione dei rischi per salute e ambiente legati al trasferimento tecnologico.
- Potenziare la comunicazione e l’azione pubblica: uscire dalle “bolle” sociali e culturali; raggiungere pubblici diversi con linguaggi e canali differenti; contribuire alla diffusione democratica della cultura scientifica.
- Rafforzare il ruolo attivo dell’associazione “Donne e Scienza”: come nodo di connessione tra ricercatrici/persone nella ricerca; come soggetto attivo nel dibattito pubblico e politico.


