Informatica e donne, un rapporto da coltivare

Siamo proprio sicuri che l’informatica sia sempre stata materia appannaggio degli uomini? Le storie di donne che qui raccontiamo – quelle di Ada Lovelace Byron, delle ragazze del frigorifero, e di Jean Sammet – vanno a confutare questa certezza: sono modelli a cui ispirarsi mentre il numero di ragazze che studiano informatica pare
essere in calo.

Un articolo a firma Chiara Bodei e Linda Pagli su Mondo Digitale, Rivista di cultura informatica edita da AICA, ripercorre la storia di alcune delle donne che hanno dato maggior contributo all’informatica, concludendo che non solo l’informatica abbia molto da offrire alle donne, ma che le donne stesse abbiano molto da dire e da regalare a questa scienza. Un campo che nessuno può abbandonare: le ricadute che la tecnologia ad essa connessa già ha e che sempre più acquisirà nei prossimi anni non è neutra e condizionerà grandemente la nostra vita. Gli algoritmi possono infatti incorporare più o meno inconsapevolmente discriminazioni rispetto al genere e alle minoranze.

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Scienza, genere e società. Prospettive di genere in una società che si evolve

E’ stato pubblicato il volume che raccoglie gran parte degli interventi del congresso dell’Associazione Donne e Scienza, svoltosi a Trento in novembre 2014. Pubblicazione a cura di Sveva Avveduto, Maria Luigia Paciello, Tatiana Arrigoni, Cristina Mangia, Lucia Martinelli.

Abstract

In un mondo della ricerca scientifica in profonda trasformazione al suo interno e nei suoi rapporti con la società, la prospettiva di genere è un aspetto fondamentale. Il testo ne focalizza alcune questioni cruciali: Dove sta andando la ricerca scientifica? Come sono cambiati i rapporti tra scienza e società e quale ruolo riveste la comunicazione della scienza in questa interconnessione? Come sono cambiate le politiche europee rispetto al genere? Quali cambiamenti strutturali sono cogenti? Come stanno reagendo le istituzioni scientifiche alle sfide proposte dalle nuove politiche della ricerca?
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Quanto è difficile per le donne fare ricerca

Da anni si parla di soffitto di cristallo e forbice delle professionalità, studi e conferenze affrontano il tema, ma la presenza delle donne nelle sedi decisionali e ai vertici delle istituzioni della ricerca scientifica resta bassa. All’argomento è dedicato il volume Portrait of a Ladyedito da Gangemi e curato, con il collega Lucio Pisacane, da Sveva Avveduto, dirigente di ricerca dell’Istituto di ricerca sulla popolazione e le politiche sociali del Consiglio nazionale delle ricerche (Irpps-Cnr).

“Secondo il rapporto She figures 2013, realizzato dalla Direzione generale per la ricerca e l’innovazione della Commissione europea, le donne ricercatrici sono il 32% del totale europeo (Eu27), anche se il tasso di crescita è maggiore di quello degli uomini”, sottolinea Avveduto. “Per 1.000 occupati si registrano nell’Ue 7,6 donne contro 11,9 uomini. È donna il 40% di quanti lavorano nell’università (38% in Italia), il 40% negli Enti pubblici di ricerca (44% in Italia), il 19% nelle imprese nel settore (21% in Italia). La segregazione verticale è dunque ancora accentuata e se lo squilibrio fosse lasciato alla sua naturale correzione impiegherebbe decenni a colmarsi”.

 

Un capitolo del libro è dedicato al settore delle Public Research Institutions. “In Italia, per la peculiare configurazione economico-imprenditoriale, l’occupazione nei settori scienza e ricerca si realizza prevalentemente nelle strutture pubbliche”, spiega la ricercatrice dell’Irpps-Cnr. “I dati Istat pubblicati nel dicembre 2013 evidenziano anzi come il personale in queste istituzioni aumenti (+4,3%) in maniera decisamente più rilevante rispetto al comparto privato (+0,2%%): i ricercatori pubblici sono 62.607, mentre nelle imprese 39.808. A determinare tale preferenza nell’orientamento femminile concorre anche la presenza di una serie di garanzie: dalle tutele della maternità all’eguaglianza di opportunità di accesso, fino all’avanzamento di carriera formalmente paritario”.

La situazione in Italia presenta luci e ombre, come emerge dai dati del ministero dell’Economia e delle finanze, dipartimento della Ragioneria generale dello Stato, relativi al 2000-2012. “In 10 anni, vari provvedimenti legislativi da un lato non hanno consentito l’accesso a nuove forze, dall’altro hanno procrastinato la fuoriuscita pensionistica dagli Enti di ricerca, producendo una sostanziale stabilità”, precisa Avveduto, che evidenzia “la scarsa capacità del sistema di assorbire il personale precario”.

I dati Istat confermano che il 44,2% della forza lavoro nel comparto pubblico della ricerca appartiene al genere femminile, che nelle procedure concorsuali e selettive ha, in media, risultati migliori rispetto al maschile: ricercatrici e tecnologhe sono aumentate di 10 punti percentuali rispetto al 2000. Quadro però meno positivo se si considerano le posizioni apicali. “A dispetto del 48% di ricercatrici al grado iniziale della carriera, la percentuale femminile nel ruolo di primo ricercatore scende al 39% e tra i dirigenti di ricerca cala inesorabile al 24%”, continua la ricercatrice. “Lo stesso si verifica per i tecnologi: appartengono al genere femminile il 44% del grado iniziale, il 34,6% dei primi tecnologi e il 22% dei dirigenti tecnologi. Ancora meno incoraggianti i dati relativi alla direzione: sono meno del 17% le donne tra i direttori di Istituti di ricerca e di Dipartimento, malgrado dal 2010 al 2012 ci sia stato un incremento del 3,6%, e non si conta neanche una presenza femminile su cinque direttori generali”.

Il gruppo di ricerca dell’Irpps-Cnr coordinato da Avveduto ha vinto il Progetto europeo Horizon 2020 ‘Genera’, che porterà avanti iniziative sull’equità di genere nell’European Research Area.

Riferimenti: via Cnr

La differenza insegna

La differenza insegna. La didattica delle discipline in una prospettiva di genere

a cura di Maria Serena Sapegno

Carocci, 2014

Il libro – dovuto alla passione e all’impegno di molte autrici e frutto dell’incontro e della collaborazione tra scuola e università – fa seguito a numerosi dibattiti, a un appello sulla stampa a proposito dell’ultimo concorso a cattedra e al Convegno nazionale che ne è scaturito (Facoltà di lettere e filosofia, Roma, febbraio 2013). È infatti ormai senso comune che la scuola e l’università potrebbero e dovrebbero avere una funzione importante anche nell’educazione alla parità tra uomini e donne, così come al riconoscimento della differenza e dei modi di viverne liberamente le caratteristiche. Alla base di questo importante processo non può che esserci la revisione di quell’idea astratta di Uomo che abbiamo ereditato dalla tradizione, per abituarci a pensare un mondo popolato di uomini e di donne. Tutte le discipline sono coinvolte in questo percorso critico, per aiutarci a smontare gli stereotipi che ci inchiodano a ruoli rigidi e umilianti, per insegnarci a svelare la misoginia e a costruire uno sguardo critico sul mondo che ci circonda, sulle dinamiche di potere nelle quali cresciamo e che spesso non vediamo, anche se sono dietro tante manifestazioni di violenza.