E’ la scienza, bellezza! Cose da ragazze

di Marilù Chiofalo

Perché è importante avere più donne nella scienza? Domanda complessa, da scomporre nelle più semplici: perché più donne e perché più scienza. Una volta nel sudovest degli Stati Uniti mi è capitato di rimanere in mezzo al deserto con le chiavi chiuse nell’auto. Arrivano due rangers: quello tecno estrae dal bagagliaio fil di ferro e manuale elettrico di tutte le auto del pianeta, quello bruto cuneo e martello. Ognuno ad uno sportello, in pochi minuti l’auto era aperta (non svelerò da chi). Different is clever, pensai. La persona che cura le sue tante differenti intelligenze, nove per Howard Gardner [1], è più abile e felice, destinata a evolvere con successo le proprie capacità. Così è su altra scala la comunità che crea condizioni perché tutte le proprie differenze, a partire da quelle tra uomini e donne, possano contribuire con pari opportunità: uguaglianza, di diritti, non è identità, composizione unica di diversità. E all’opportunità si aggiunge il principio di democrazia nel decidere politiche collettive. Luce Irigaray [2] ha segnato la cultura delle donne con un concetto:  ci sono differenze tra uomini e donne che non sono riducibili ovvero eliminabili, perché intimamente legate al corpo delle donne. Oltre a queste differenze irriducibili, cosa portano le donne di diverso? La risposta non è univoca: se si affermasse che tutti i gatti sono a pois, basterebbe trovarne uno non a pois per dimostrare che si sta erroneamente generalizzando. Ci si può riferire a caratteristiche tipiche, che diventano visibili con una massa critica. A partire dal funzionamento del cervello marinato negli ormoni, studi di neuroscienze [3] supportano l’idea che le donne abbiano rispetto agli uomini un approccio cognitivo che userebbe più intelligenze allo stesso tempo, legato alla pratica di cura di persone e cose, al metterle in relazione attraverso l’esercizio di più funzioni o forme di mediazione. Vi corrispondono stili differenti (non migliori o peggiori) di apprendimento, formazione, ricerca e creatività, leadership.

Ecco perché più donne. E la scienza? Accompagnate a generalizzazioni, identità e differenze si inchiodano rispettivamente a rigidi stereotipi e discriminazioni, che nella loro totale assenza di movimento funzionano da potentissimo ostacolo all’evoluzione personale e collettiva. L’antidoto è far funzionare i processi conoscitivi a partire da fatti e non pregiudizi, in una Cultura non certo distinta tra umanistica e scientifica ma espressione dell’umanesimo di ciascuno/a e del suo sguardo differente sulle questioni. Nella Cultura, non saper usare logaritmi, biscrome, comunicazione empatica o altro è problema di linguaggio, non meno limitante del buon uso di congiuntivi. In effetti non si parla mai di divulgazione umanistica – servirebbe anche quella. I diversi linguaggi sono vie per attivare le diverse intelligenze e fare scienza, soprattutto sperimentale, richiede l’uso di più intelligenze allo stesso tempo o in sequenza. Infine, se fare scienza deve essere importante, la comunità e chi la rappresenta nel definire agenda politica e risorse devono comprenderla. Ecco perché più scienza. Dunque, avere più donne nella scienza è questione di sviluppo nello sviluppo e di democrazia nella democrazia. Inoltre, ogni forma di settorializzazione e di rigidità funziona da potente ostacolo alla presenza di più donne nella scienza.

Cosa dunque non ha funzionato fino ad ora per avere più donne nella scienza? Le rigidità sono molteplici. Innanzitutto, mentre la famiglia è in emergenza educativa, l’intero sistema scolastico di formazione e valutazione funziona con processi rigidamente standardizzati su poche intelligenze [1] e dunque largamente inefficienti a personalizzare l’intervento sulle differenze, e poco centrati su idee e relazioni tra idee. Inoltre, la qualità della relazione educativa, importante per il successo formativo, è progressivamente deteriorata dall’infanzia all’università, mentre la formazione integrata per competenze cede il passo a quella settorializzata per discipline e, curiosamente, la frequenza di insuccesso scolastico cresce con l’età e mostra incrementi repentini nel passaggio da un ordine di scuola al successivo [4]. In ogni caso, poche donne scelgono il settore scientifico, in un meccanismo di segregazione orizzontale rafforzato dal fatto che il sistema formativo, operativo e di governance, è fino alle medie in mano alle donne: come tutte le segregazioni, anche questa per gli uomini ostacola l’evoluzione di un sistema che sarebbe opportuno ripensare. Alle rigidità delle metodologie didattiche e della segregazione orizzontale della Scuola se ne aggiungono altre nell’ Accademia. Questa funziona in modo ancora gerarchico, con giovani troppo a lungo precari nell’autonomia scientifica e criteri di valutazione della ricerca disegnati su tempi di vita e di lavoro maschili: cervelli in gabbia e incinti sono concetti di un celebre volume dell’ADI [5], a significare che la massima produttività scientifica è richiesta nei 30 anni, quando anche la capacità riproduttiva lo è. Ne segue una segregazione anche verticale, con pochissime donne leader nella ricerca come modelli di successo e ruolo per giovani.

Cosa si può fare per contrastare la segregazione orizzontale e verticale? Due concetti ispirano a questo scopo le politiche pubbliche e possono ispirare anche il nostro impegno quotidiano: mainstreaming e empowerment, rispettivamente. La segregazione orizzontale confina le donne alla periferia della scienza? L’operazione inversa è mettere le donne al centro di tutti i processi e gli ambiti di intervento: non servono risorse aggiuntive, ma cultura adatta a reindirizzare quelle già esistenti. La segregazione verticale confina le donne ai gradini bassi della carriera? l’operazione inversa è spingerle in alto rafforzando consapevolezza, capacità e competenze lungo l’arco della vita: attraverso azioni positive di promozione oppure negative di contrasto di stereotipi. Mi sono chiesta, anche insieme ad amiche e colleghe/i, come disseminare i due concetti nel lavoro quotidiano di didattica e divulgazione. Ne sono emersi il corso La Fisica di Tutti i Giorni [6] che tengo con un partner sperimentale, Massimiliano Labardi, e il programma radiofonico di sensibilizzazione alla cultura scientifica Piacere, Scienza! [7] ideato e condotto con Sara Maggi, prodotto da WOW per l’Università di Pisa. La Fisica di Tutti i Giorni, ispirato a How Things Work di Lou Bloomfield [8], è un corso di fisica da Galileo alla fisica quantistica, anche per umanisti. Concetti e idee sono sviluppate senza matematica a partire da dimostrazioni d’aula su oggetti e fenomeni quotidiani, scelti insieme agli/le studenti: skateboarding, aspirapolveri, abbigliamento, uragani, cellulari e forni a microonde, diagnostica medica, coltelli, fisica in cucina sono esempi. Piacere, Scienza! è un format di quattro minuti condotto da Sara, che ne è regista, e me, costruito con ritmo e linguaggio semplice a partire da interviste ad esperti/e: le puntate, scaricabili da iTunesU, affrontano conoscenze consolidate oppure oggetto di ricerca di frontiera, dalle bio-neuroscienze alla fisica. Le serie speciali Perché Nobel?, Nobel Donna e Galileo pescano anche in letteratura, arte e scienze sociali. Al di là del format, entrambe le esperienze sono pensate con due tratti in comune: accendere curiosità e divertimento (anche di autrici/tori!) mettendo la scienza al centro della cultura popolare di libri, film, fumetti, musica, cucina, eventi quotidiani, e far venire voglia di scienza abbattendo gli ostacoli del linguaggio, “Se pensate di non essere portati per la scienza, non preoccupatevi perché vi ci portiamo noi!”. I due format fanno uso estensivo di mainstreaming ed empowerment di genere. Esempi di mainstreaming sono curare la comunicazione in modo da parlare alle parti logica, esperienziale, emozionale, mettere in relazione aspetti molto distanti tra loro, scegliere argomenti cari alle donne (quelli del divertentissimo La Fisica del Tacco 12 dell’amica Monica Marelli [9] sono fonte di perenne ispirazione), mettere in luce motivazioni e applicazioni pratiche, soprattutto se di cura, descrivere il funzionamento del cervello o del sistema uditivo evidenziando le differenze di genere. Non si aggiunge contenuto, solo si comunica in modo differente, anche perché accrescere la curiosità in modo non neutro rispetto al genere vale anche come empowerment. Esempi diretti di empowerment sono mettere in luce il contributo di donne alla scienza, come in Nobel Donna e soprattutto i processi che le ha condotte a conquistare una leadership: come ci sono arrivate, quali difficoltà abbiano incontrato. Tempo fa alla fine di una mattinata di discussione sul “Tg delle differenze”, prodotto da una scuola primaria di Pisa al termine di un percorso promosso come assessora sull’educazione alle differenze di genere, ho chiesto in che senso in definitiva uomini e donne siano “uguali e differenti”: una bimba ha risposto “E’ semplice! È una questione di personalità!”. Ripenso ad un aforisma molto efficace di Tannen, “Se la donna parla utilizzando lo stile delle donne viene considerata un leader inadeguato. Se parla con lo stile del leader viene considerata una donna inadeguata”. La bimba aveva ragione: avremmo invece tanto bisogno di leadership, di uomini o donne che sia, sempre adeguata.

Articolo apparso su inGenere

Bibliografia

[1] Howard Gardner, su: Il Movimento di Riforma della Scuola, presso il sito di ADI, link; Intelligenze Multiple e Nuove Tecnologie link

[2] Luce Irigaray: Io tu noi (Bollati-Boringhieri, 1992);

[3] Louann Brizendine: Il cervello delle donne (Rizzoli, 2007)

[4] Rino Picchi: Elaborazione dati dell’Osservatorio Scolastico Provinciale di Pisa, http://osp.provincia.pisa.it/

[5] ADI- Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca Italiani (a cura di): Cervelli in gabbia. Disavventure e peripezie dei ricercatori in Italia,  Cervelli in fuga

[6] Marilù Chiofalo: La Fisica di Tutti i Giorni

[7] Sara Maggi e Marilù Chiofalo: Piacere, Scienza! disponibile da iTunesU

[8] Lou Bloomfield: How things work. The physics of Everyday Life (John Wiley & Sons, 2009)

[9] Monica Marelli: La Fisica del Tacco 12 (Rizzoli, 2009)

L’altra primavera araba

di Sveva Avveduto

La dichiarazione di Barcellona del 1995 riporta il riconoscimento al «key role of women in development in the Mediterranean region, and the need to promote their active participation in economic and social life, and in the creation of employment». Con successive prese di posizione ufficiali e atti formali si è cercato di dar seguito a questa dichiarazione di intenti. Per esempio nel corso dell’Euro-Mediterranean Ministerial Conference Strengthening the Role of Women in Society, del 2006, i ministri coinvolti hanno riconosciuto la parità di genere come elemento cruciale nello sviluppo e come elemento di democrazia tout court.

La partecipazione delle donne all’impresa scientifica, pur essendo un sotto insieme della partecipazione come tale, è non di meno elemento di importanza rilevante nella promozione di una Area Euro-mediterranea della ricerca. In questa direzione si muove il progetto SHEMERA – i cui partner italiani sono Fondazione Idis Città della Scienza e l’Associazione Donne e Scienza – cercando vie per favorire la collaborazione e rafforzare il ruolo della componente femminile nella ricerca.

L’8 marzo dello scorso anno Nature Middle East (1) dedicò un editoriale ad alcune scienziate arabe, provenienti da Egitto, Kuwait, Arabia Saudita, che incarnano un possibile role model: ricercatrici di successo, determinate, riconosciute in ambito internazionale. Certo si tratta più di eccezioni che della regola, ma sono comunque testimoni della possibile via allo ‘sviluppo di genere’ nella scienza.

La questione femminile nei paesi arabi è certo più ampia di quella che riguarda le donne e la scienza e le organizzazioni non governative femminili si sono concentrate su vari obiettivi. Alcune sulla promozione della parità di diritti delle donne e l’eliminazione delle discriminazioni incorporate nelle leggi, relative per esempio allo status personale o alle garanzie sociali. Altre hanno promosso attività di beneficenza, di concessione di prestiti e di progetti generatori di reddito per le donne o l’erogazione di servizi nel campo della salute, dell’istruzione e del welfare. Relativamente poche invece, si sono concentrate sull’empowerment delle donne, l’idea di dare alla popolazione femminile strumenti e metodi per aumentare le loro abilità, competenze, capacità di rappresentanza. Un approccio propedeutico a tutto, anche a un corretto equilibrio di genere nella scienza.

L’empowerment spesso trova ostacolo nelle forze politico-sociali che tendono a interpretarlo come una imposizione dell’Occidente in violazione della cultura araba e della sua stessa indipendenza (2).

I dati forniti dalle Nazioni Unite tuttavia presentano una situazione in positiva evoluzione (3): nel mondo arabo, rispetto al periodo 1990-1995, in quello 2000-2005 l’aspettativa di vita delle donne è salita da 66 a 69,3 anni e, a seguito dell’aumento della pianificazione familiare e di una maggiore consapevolezza della propria salute da parte delle donne, il tasso di fecondità totale è diminuito da 4,90 a 3,84 figli per donna; si è registrata una diminuzione significativa dei tassi di mortalità materna, anche se solo un modesto 67 per cento di tutte le donne arabe ha partorito in presenza di personale sanitario qualificato. Allo stesso tempo, l’indice di parità di genere (GP1), che misura il rapporto tra femmine e maschi nei diversi settori della società, nell’istruzione primaria è aumentato dallo 0,79 del 1990 allo 0,90 del 2002, in quella secondaria dallo 0,76 allo 0,91, e nella terziaria da 0,60 a 0,85. Il tasso di alfabetizzazione, invece, è aumentato per entrambi i generi, anche se in maniera diversa: dal 1990 al 2002 le donne arabe alfabetizzate sono passate dal 35 per cento al 49,6 per cento, mentre gli uomini dal 63,5 per cento al 72 per cento (4). Tuttavia, nel 2002, 44 milioni di donne adulte (oltre i 15 anni, quasi la metà della popolazione femminile della regione araba) non era in grado di leggere o scrivere (5). Inoltre, il divario di genere nei tassi di alfabetizzazione dei giovani è più ampio di quello degli adulti. Dei 13 milioni di persone analfabete giovani della regione araba, 8,5 milioni sono donne e la regione continua a soffrire per l’abbandono scolastico con alti tassi per le ragazze.

L’Economic and Social Commission for Western Asia delle Nazioni Unite stima il tasso di attività economica delle donne nella regione araba al 29 per cento nel 2000, tra i più bassi del mondo (3). La disuguaglianza di genere nel mercato del lavoro si manifesta poi in modi significativi, tra i quali i differenziali retributivi, la segregazione occupazionale e la presenza sproporzionata delle donne nel mondo del lavoro cosiddetto ‘informale’.

In questo quadro la necessità di una attenzione speciale alle professioni e alle carriere scientifiche delle donne si pone con particolare enfasi e si scontra con difficoltà aggiuntive a quelle che, comunque, il binomio donne e scienza incontra in tutti i paesi dell’Occidente.

Articolo apparso sul numero di dicembre 2012 di Sapere

 Bibliografia

(1) http://blogs.nature.com/houseofwisdom/2011/03/women_in_science_in_the_arab_w.html

(2) UNDP, 2006, Towards the Rise of Women in the Arab World, The fourth Arab Human development Report – UNDP – 21st December 2006, http://www.mediterraneas.org/print.php3?id_article=590

(3) ESCWA, 2007, Developments in the Situation of Arab Women Health, Education, Employment, Political Representation, CEDAW, 22 February 2007

(4) Abu-Fadil, M., 2009, Media Literacy A Tool to Combat Stereotypes and Promote Intercultural Understanding, Proceedings of UNESCO Regional Conferences in Support of Global Literacy (Doha, 12 – 14 March 2007), ED/UNP/UNLD/2008/PI/H/8

(5) ESCWA, 2004, Where do Arab women stand in the development process E/ESCWA/SDD/2004/Booklet.1.

Legami e libertà

È Sigmund Freud a presentare la figlia Anna all’affascinante scrittrice Lou Andreas-Salomé per colmare l’assenza di una madre distante. Tra le due donne nasce un’inedita amicizia che prende corpo in un’appassionata corrispondenza. La trama di riflessioni su loro stesse e sul legame che le unisce si intreccia con un sentimento di affettuosa devozione che va oltre le parole per diventare scambio di attenzioni, visite e regali.
Dalle lettere che si scrivono tra il 1922 e il 1937 emerge il ritratto di una Germania fiaccata dalle ristrettezze economiche e irretita dal nazismo, in cui l’unica via di fuga sembra essere l’attenzione alla natura e alla crescita interiore. Ma la vera protagonista di questo scambio epistolare è la psicoanalisi, che ha trovato nella comunità ebraica viennese l’ambiente ideale per imporre le sue idee rivoluzionarie.
Su questo sfondo in cui si annodano, a volte tragicamente, le vite di analisti e pazienti, si legano i destini di Lou e Anna, l’una incarnando l’«eterno femminino» goethiano, l’altra emancipandosi dai modelli femminili dell’epoca, pur restando sempre a fianco del padre. Da questo incontro nascerà un nuovo modo di vedere il lavoro analitico, non più confinato alla patologia, ma aperto alla comprensione della normalità e alla costruzione di una vita psichica autonoma, ricca di pulsioni, sogni e fantasie.

Francesca Molfino ha una formazione psicoanalitica freudiana e lavora da più di trent’anni con pazienti adulti. Dal 1974 ha fatto parte attiva del movimento femminista ed è stata co-fondatrice del Centro Culturale Virginia Woolf (Università delle Donne). A tutt’oggi lavora con le donne nei Centri Antiviolenza e nel 2004 ha costituito insieme ad altre studiose e scienziate l’Associazione Donne e Scienza. È autrice di numerosi saggi e libri sui temi dell’identità femminile e sul rapporto tra psicoanalisi, femminismo e cultura. Per Dalai editore ha pubblicato Donne, politica e stereotipi (2006).

Laura Bocci, germanista, traduttrice letteraria, docente, autrice di diversi saggi e alcuni romanzi, ha tradotto autori moderni (Sternheim, Goldschmidt, Enzensberger) e numerosi classici tedeschi (Lenz, Chamisso, Kleist, Hoffmann, Brentano, Storm). Nel 2004 ha ricevuto il Premio Nazionale per la Traduzione del ministero degli Affari culturali. Attiva nel movimento femminista sin dai primi anni Settanta a Milano, presso la Casa Internazionale delle Donne di Roma tiene attualmente un gruppo di scrittura autobiografica, il «Cantiere Autobiografia».

Seminare diversità, raccogliere futuro. Sulle innovazioni di genere nella scienza

Articolo di Silvana Badaloni e Cristina Mangia pubblicato su Meno di Zero il 26.08.2012

È il tempo delle politiche di genere

Innovazione, istruzione e ricerca sono componenti chiave della strategia Europa 2020 che punta a rilanciare l’economia dell’UE nel prossimo decennio. 
In un mondo che cambia l’UE si propone di diventare un’economia intelligente, sostenibile e solidale. Tra i milestones indicati nel metaprogetto European Research Area ERA, viene riportato il seguente:

We will know that ERA is a shared responsibility [between science, policy and society] in 2030 when we see […] half of all scientists and research policy makers, across all disciplines and at all levels of the Science system, are women (Preparing Europe for a new Renaissance [Erab 2009], pg.18).

Un obiettivo sicuramente molto ambizioso dal momento che tutte le statistiche di genere, condotte a livello europeo [She Figures 2009] e ampiamente confermate a livello italiano [Boschetto et al, 2012; Frattini e Rossi in questo numero], mostrano come la sotto-rappresentazione delle donne nelle carriere scientifiche e tecnologiche sia tuttora un fenomeno assai rilevante e le due metafore usate per descriverle la Leaky pipeline e il Glass ceiling factor siano ancora molto attuali. Il mondo della ricerca continua a premiare, attraverso vari meccanismi, il genere maschile nonostante le ragazze che studiano siano più numerose dei ragazzi e mediamente più brave. E in più, ci sono facoltà scientifiche cosiddette hard (ad esempio Ingegneria) che vedono una bassissima presenza di donne a tutti i livelli, dall’accesso universitario al ruolo di Professoressa/e Ordinario. I dati indicano inoltre che tale situazione di disparità di genere difficilmente si potrà riequilibrare spontaneamente, per evoluzione naturale. Solo efficaci politiche di genere adottate su diversi piani istituzionali, culturali e simbolici, potranno permettere un effettivo ri-equilibrio delle donne e degli uomini nella scienza e nella tecnologia.

Dalla questione delle donne nella scienza alle innovazioni di genere

La questione donne e scienza è stata affrontata nel corso degli anni seguendo fondamentalmente 3 approcci [Schiebinger, 2009]. Il primo approccio (fixing the numbers of women) basandosi su un paradigma di neutralità della scienza è stato focalizzato su programmi ed iniziative rivolte alle donne stesse nel tentativo di spingerle ad incrementare il loro numero nei vari percorsi scolastici e di carriera scientifica.

Ma se i numeri hanno costituito il primo input necessario alle istituzioni europee e al resto del mondo occidentale a prendere coscienza della sottorappresentazione delle donne nel mondo della scienza, gli stessi numeri inseriti in un contesto di studi storici, sociologici, filosofici, psicologici hanno messo in evidenza che la questione è più complessa [Badaloni et al, 2008]. Così ad esempio una lettura più approfondita del rapporto She figures 2009 mette in evidenza altri aspetti non trascurabili: a) il numero delle donne nei vari settori della ricerca varia tra paese e paese (oscilla in percentuale tra il 21% della Germania al 49% della Lituania), b) anche dove esiste un’alta percentuale di donne ricercatrici ai bassi livelli, ai livelli più alti nelle posizioni apicali le donne sono poche, c) anche nei paesi del Nord-Europa dove esiste un sistema di welfare dagli standard molto elevati le percentuali di donne che arrivano alle posizioni più elevate della carriera rimangono basse. Tutto ciò, per esempio, indica che il sostegno sociale è una condizione necessaria ma non sufficiente e che il problema non è solo quello di aumentare le donne all’ingresso delle carriere scientifiche.

Grande rilevanza riveste anche lo status della ricerca scientifica nei vari paesi e gli investimenti economici in ricerca che ciascun paese fa. Nei paesi in cui si investe maggiormente in ricerca le donne sono presenti in percentuali molto basse, mentre nei paesi in cui l’investimento nella ricerca è molto basso e i salari del personale di ricerca sono bassi la presenza delle donne è più elevata. Questo andamento può essere letto in maniera duplice: gli uomini lasciano i settori non sufficientemente attrattivi e sono invece presenti in percentuali elevate laddove invece gli investimenti sono elevati, oppure nei paesi a maggior tasso di investimenti e innovazione gli uomini, comunque presenti in elevate percentuali nei comitati di indirizzo della ricerca, orientano i finanziamenti in aree a loro più congeniali (difesa, produzione industriale e tecnologia). [Mangia, 2011]

Rilevante pertanto è stato lo slittamento dalla questione delle donne alla questione più complessa del genere. Questo slittamento ha permesso di spostare la questione delle donne nel mondo della ricerca alla questione più ampia della non neutralità delle istituzioni scientifiche e quindi di una loro modifica. Questo secondo approccio (Fixing the institutions) mira quindi a provare a mettere in atto delle trasformazioni strutturali delle istituzioni scientifiche che nel tempo si sono sviluppate in assenza delle donne. Il programma USA ADVANCE o i progetti europei come GENIS LAB assistono le istituzioni e non gli individui nel mettere in atto cambiamenti strutturali che mirino a demolire stereotipi, rimuovano barriere, rimodulino bilanci, favorendo in questo modo un clima più friendly per le donne.

Il paradigma di fondo di questo secondo approccio è che la ricerca e la produzione di conoscenza siano neutrali rispetto al genere. La riflessione epistemologica da una parte [Fox-Keller, 1985] e l’analisi storica di molte discipline come l’archeologia, la primatologia, la biologia, la medicina [Schiebinger, 1999] hanno invece messo in evidenza come spesso sia esistito ed esista tuttora un bias di genere nella conoscenza e nella ricerca.

Pertanto il terzo approccio alla questione genere e scienza (Fixing the knowledge) mira a ridefinire pratiche, obiettivi e contenuti della ricerca scientifica a partire da un’analisi di genere: “Genderizing research contents” ovvero integrare la dimensione di genere nei contenuti scientifici, non solo a livello della comunicazione ma a livello della creazione di innovazione.

What is gendered innovation?

Oggi più donne sono entrate nella scienza. A chi chiede se le donne possono cambiarla, Londa Schiebinger [Schiebinger, 1999], risponde decisamente di sì. Sostiene che le donne hanno saputo in passato ridisegnare il senso delle domande in molte discipline scientifiche come nella primatologia o la storia delle origini portando allo sviluppo di nuovi paradigmi, producendo diverse interpretazioni dei fatti rispetto a quelle tradizionali ritenute neutre e allargando i campi di indagine. Essa sostiene che la ricerca sugli ultimi vent’anni ha dimostrato che la disparità di genere insita nella società ha influenzato la scienza, la medicina e l’ingegneria, riducendo il potenziale beneficio che scienza e tecnologia possono portare alla società.

Nel sito da lei realizzato su Gendered Innovations in Science, Health & Medicine, and Engineering http://genderedinnovations.stanford.edu/what-is-gendered-innovations.html

vengono raccolte moltissime informazioni e riportati diversi cases studies di inclusione della dimensione di genere nella ricerca scientifica e tecnologica che tentano di rispondere alla domanda: What is gendered innovation? L’obiettivo di tale progetto è quello di stimolare la creazione di una scienza e una tecnologia gender-responsible, per permettere una crescita della qualità di vita per donne e per uomini, dappertutto.

Tra le innovazioni di genere nel campo dell’ingegneria, viene citato il manichino gestante, simulato al computer per le prove d’incidente automobilistico, che fornisce dati che permettono di creare un modello relativo agli effetti dell’impatto ad alta velocità sul feto e di progettare adeguate cinture di sicurezza. Un esempio di applicazione di una tecnologia che introduce la dimensione di genere in un prototipo scientifico. E ancora innovazioni di genere si trovano nel design ingegneristico di un prototipo di auto pensato da un team di donne per le donne, all’utilizzazione di sistemi informativi geografici per la vita delle donne, o ad un progetto di riforestazione attraverso un metodo di ricerca partecipata con le donne o a tutti gli sviluppi della medicina di genere.

Quale innovazione? Quale scienza?

Molte sono state e sono le ricerche e le consultazioni lanciate a livello Europeo per capire in che modo si possa affrontare il problema e quali dovrebbero essere le misure di successo per la sviluppare la ricerca basata sull’innovazione, tenendo conto del punto di vista di genere. Secondo l’EPWS – European Platform of Women Scientists http://www.epws.org – una rete europea che raccoglie rappresentanti dei diversi paesi Europei sul tema Women & Science, è necessario, tra le altre cose, introdurre una serie di indicatori di genere riguardanti:

– l’impostazione del nuovo programma quadro FP8 per rafforzare la rilevanza del punto di vista di genere nei processi di valutazione,

– una composizione bilanciata nei progetti EU a tutti i livelli (giovani scienziate, scienziate senior, leaders di progetti, managers dei consorzi),

– l’introduzione della dimensione di genere della ricerca,

– la pubblicazione dei risultati ottenuti per stimolare le Istituzioni e favorire un cambiamento strutturale dal punto di vista di genere.

Tra le azioni per rafforzare ulteriormente il ruolo delle donne nell’ambito della scienza e dell’innovazione proposte da vari organismi, citiamo le seguenti:

– un monitoraggio della presenza in posizioni decisionali nelle istituzioni di ricerca

– la realizzazione di un database con diffusione d’informazioni sul profilo di eccellenza di scienziate per aumentare la loro visibilità

– tutoring e supporto delle giovani

– modifica delle regole e delle procedure per assicurare che i criteri di promozioni siano chiari trasparenti e nuovi criteri di valutazione che includano multitasking, transversalità, inter-disciplinarità, innovazione.

Sulla stessa linea si muove anche l’Associazione Italiana Donne e Scienza (http://www.donnescienza.it), che inserisce la questione delle donne nella scienza in un discorso più ampio che riguarda il rapporto scienza e società in un momento storico di grandi trasformazioni dell’una e dell’altra. È necessario aumentare il numero delle ricercatrici sostenendo le donne con politiche di pari opportunità. È necessario promuovere dei cambiamenti strutturali nelle istituzioni scientifiche sul terreno delle pratiche, degli obiettivi, dei valori, dei bilanci economici. È necessaria una dimensione di genere nella ricerca. Ma tutto ciò deve anche presupporre un’innovazione nella didattica e nella comunicazione della scienza.

Nel cambiamento, tra donne e scienza

A tal fine, c’è da chiedersi come è cambiata la scienza oggi e quale è il suo rapporto con la tecnologia. In altri termini, come può essere definito avanzato un laboratorio di ricerca oggi? È un laboratorio dove si fa ricerca pura o ricerca tecnologica o una buona combinazione di entrambi? Effettivamente i confini tra scienza, tecnologia e ingegneria sono molto fuzzy, molto sfumati. Il metodo scientifico non è più uno solo, come affermano la biologa F. Zucco e la epistemologa E. Gagliasso: «dal momento che si estende in una polifonia, passando da significative contaminazioni con il metodo storico in tutte quelle discipline che afferiscono all’evoluzione del pianeta, dipendendo in molti settori di punta dalle pratiche di simulazione virtuale, cambiando addirittura i connotati del criterio ipotetico-deduttivo e sperimentale per la rincorsa che la formazioni di ipotesi è costretta a tenere rispetto all’accumulo di dati che le macchine provvedono ampiamente a fornire» [Gagliasso e Zucco, 2007].

In realtà scienza e conoscenza, tecnica e tecnologia, sono diventati termini di confronto sociale, culturale, politico e civile, elementi di interesse allargato e collettivo, a livello di vita quotidiana di donne e uomini. C’è da chiedersi dunque come è rappresentata la scienza nella vita quotidiana? Che relazione c’è tra scienza e genere? Tra conoscenza, innovazione e genere? Come è visto lo scienziato? E la scienziata? Qual è il rapporto tra scienza e poteri economici? Anche la questione della creatività può essere rivista in un contesto sociale. In un saggio Alberto Melucci [Melucci et al 1994] dà la seguente definizione:

Nella sua immagine tradizionale di gesto raro e solitario, l’atto creativo appare come il luogo di consacrazione di un mitico soggetto, … Un’indagine sui nessi fra processo creativo e contesto sociale costringe non solo ad abbandonare il mito romantico del genio isolato, bello e dannato, ma anche a rimettere in discussione l’idea di un “io” indipendente dalle cose che incontra. … Si tratta di indagare il processo creativo riconoscendo il peso della interazione che lo costituisce. … Si parla di molteciplità delle forme che nel processo creativo assume l’interazione tra soggetto e contesto.

E crediamo che per quanto riguarda molteplicità di forme le donne non hanno nulla da temere.

L’immaginario scientifico femminile e le risorse dell’insegnamento

Ma ancora qual è l’immaginario di donne e uomini intorno alla scienza?

Diverse ricerche sull’immaginario scientifico femminile legano la scarsa presenza femminile in alcuni settori tecnico-scientifici ad un’immagine di scienza espressione di una parzialità di valori, interessi e indirizzi in cui il genere femminile continua a non riconoscersi e a rimanerne pertanto a distanza. Una possibile strategia pertanto è quello di provare a decostruire l’immaginario scientifico dominante per un’idea di scienza meno monolitica e più eterogenea, portatrice di nuove scale di valori indispensabili per uno sviluppo socio-economico più equo.

Ma allora come tenerne conto anche da un punto di vista didattico? Una strada potrebbe essere quella del superamento della separazione delle due culture umanistiche-scientifiche, mediante anche un’azione sui linguaggi con cui scienza e società interagiscono. (Colella e Mangia, 2010) In questo senso nuovi linguaggi di comunicazione come ad esempio il connubio teatro-scienza presenta molte potenzialità [Vidotto, 2005; Colella e Mangia 2010]. O ancora cercare sul piano didattico nuovi contenuti, nuovi linguaggi e soprattutto nuovi modi di abitare la scienza. È necessario più che mostrare rossetti e tacchi a spillo nei laboratori scientifici, far intravedere la possibilità nei ragazzi e nelle ragazze che l’impresa scientifica non sia un’impresa compiuta, ma piuttosto che in essa ci siano e sempre ci saranno nuove frontiere su cui lavorare.

Diventa pertanto importante porre attenzione e selezionare temi significativi dal punto di vista della prassi di lavoro seguita. Temi scientifici più o meno recenti in cui sia rilevante anche la dimensione umana, morale, etica e sociale. Un altro aspetto è far maturare in formatori e genitori la consapevolezza di non essere immuni dallo stereotipo che vuole che le abilità scientifiche qualità innate. Porsi in un modello pedagogico alternativo può consentire di sostenere e valorizzare adeguatamente talenti frutto di lavoro costante, promuovendo sicurezza ed autostima rispetto all’apprendimento scientifico [Colella e Mangia, 2011].

Seminare diversità

Sappiamo che le nuove idee fioriscono nella diversità, anche di genere. Partire dalle differenza, e non dall’unicità astratta dei soggetti di scienza, come auspicato dall’epistemologa A. Allegrini [Allegrini, 2012], può significare trovare nuovi ambiti di sviluppo, nuovi punti di vista e interpretazioni, nuove metodologie, così come altre ipotesi di ricerca e altri dati che concorrono alla stessa evidenza scientifica. Arricchendola e ampliandola. Tuttavia tali nuovi modi di intendere la scienza trovano il loro alimento nei ‘dati duri di realtà’.

La sotto-rappresentazione delle donne nella ricerca, particolarmente in alcuni settori, è infatti ancora molto forte e non è prevedibile in tempi brevi che si verifichi un cambiamento sostanziale. Ancora giocano un ruolo centrale gli stereotipi di genere come sistemi di conoscenza condivisa nella società a tal punto da considerare una fatalità il fatto che ci siano ancora poche donne nella scienza. È necessario agire su diversi piani: i numeri, le istituzioni, la conoscenza, la didattica, consapevoli che solo la sinergia delle diverse azioni potrà produrre un cambiamento. Diventa quindi centrale promuovere qualunque tipo di disseminazione nel pensiero comune delle idee di cosa, come, dove, perché, chi, e di che genere, costituisca e si occupi delle scoperte scientifiche e tecnologiche.

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NOTE

Leaky pipeline, letteralmente una conduttura che perde, indica il fenomeno della progressiva “perdita” di potenziale femminile a livelli elevati di istruzione: una grande potenzialità in entrata si riduce passo passo fino a scomparire quasi del tutto nelle fasi apicali per vari motivi, mancanza di supporto, maternità, mancanza di possibilità o aspettative di carriera, isolamento o esclusione, ecc.

Glass ceiling factor , letteralmente tetto di cristallo indica quel fenomeno per cui le donne, quando anche non evaporano nel leaky pipe, si scontrano con una barriera invisibile ma reale che impedisce loro di accedere a delle posizioni apicali

 

NOTE BIBLIOGRAFICHE

[Allegrini, 2012] A. Allegrini. Che genere di Scienza? In “Le altre stelle. La dimensione di genere dei contesti educativi tecnico-scientifici. Un’indagine conoscitiva.” Report di Ricerca. Consigliera di Parità. Provincia di Verona, 2012.

[Badaloni et al, 2008] S. Badaloni, C.A. Drace, O. Gia, M.C. Levorato, F. Vidotto (Eds) (2008) “Under-representation of women in Science and Technology“. Quaderno del Comitato Pari Opportunità n. 7, CLEUP, Padova, marzo 2008.

[Boschetto et al, 2012] E.Boschetto, A.Candiello, A.Cortesi, F.Fignani. Donne e Tecnologie Informatiche. Edizioni Ca’ Foscari, 2012.

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[Frattini e Rossi, 2012] R. Frattini, P. Rossi, Report sulle donne nell’università italiana. Meno di zero, 2012.

[Gagliasso e Zucco, 2007] E.Gagliasso, F.Zucco. Il genere nel paesaggio scientifico. Aracne Editrice, 2007.

[Mangia, 2011] Mangia C. Genere, Scienza e società. In Empowerment e orientamento di genere nella scienza. Dalla teoria alle buone pratiche a cura di Cherubini, Colella Mangia Franco Angeli Editore, pp 42-50.

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[She Figures 2009] She Figures 2009. Statistics and indicators on Gender Equality in Science. ISBN 978-92-79-11388-8, EUR 23856 EN, 2009.

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[Schiebinger, 2008] Londa Schiebinger (Ed). Gendered Innovations in Science and Engineering. Stanford University Press, 2008.

[Vidotto, 2006] Vidotto Francesca. Nuovi linguaggi per una nuova scienza: o del teatro a Padova” in Atti del Convegno “Donne Scienza e Potere. Oseremo disturbare l’Universo?” A cura di Mangia, Colella, Lanotte, Gioia, Grasso ISBN: 88-8305-042-8 (2006), 81.